Cristante: "Roma dà tanto, ma chiede altrettanto. Il mio segreto? Lavorare ed essere sempre sul pezzo"

Cristante: "Roma dà tanto, ma chiede altrettanto. Il mio segreto? Lavorare ed essere sempre sul pezzo"Vocegiallorossa.it
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Oggi alle 09:24Interviste
di Valerio Conti
Il centrocampista ripercorre gli otto anni in giallorosso, tra il legame con la Capitale, il ruolo di leader e il confronto tra Mourinho e Gasperini

Bryan Cristante si è raccontato in una lunga intervista a Sportweek, ripercorrendo i momenti più importanti dei suoi otto anni alla Roma. Dalle finali europee al ritorno in Champions League, passando per il rapporto con la città, il ruolo da capitano e il confronto tra Mourinho e Gasperini, il centrocampista ha parlato del suo percorso in giallorosso e del legame costruito con il club.

Trecentosessantaquattro presenze nella Roma: quali sono le tre che salgono sul podio? 
«Oddio, le tre che vanno sul podio... Le due finali di Coppa sicuramente, la prima di Conference che abbiamo vinto sul Feyenoord ma anche l'altra, dell'Europa League, persa ai rigori contro il Siviglia. Poi, senza andare troppo indietro nel tempo, ti dico l'ultima giornata di questo campionato a Verona in cui ci siamo garantiti il ritorno in Champions, una manifestazione che mancava a tutti - società, giocatori e tifosi - da troppo tempo».

Otto anni a Roma pesano il doppio rispetto allo stesso periodo in un club e in una città diversi? 
«Ma no... Roma è una città di cui ti innamori subito, già al primo giorno. Arrivi e, dove ti giri ti giri, rimani folgorato dalla sua bellezza. Lo stadio, poi, ti dà qualcosa in più: la carica dei tifosi romanisti non la scopro io, l'inno sulle note della canzone di Venditti è da pelle d'oca. Di sicuro, questa è una città che richiede tanto e che non è sempre facile. Tutto quello che ti dà - calore, entusiasmo e passione - quando le cose vanno bene si trasforma in pressione, in un'urgenza che diventa stress e non è semplice da gestire se non arrivano i risultati. È il rovescio della medaglia».

Cosa significa essere capitano di una squadra come la Roma? 
«Sembrerà scontato, ma è davvero un onore essere il capitano di una squadra che porta il nome di una città enorme, in tutti i sensi, come questa. Ho l’orgoglio, insieme a Pellegrini o a Mancini, di trasmettere ai più giovani il senso di appartenenza a questo club così visceralmente legato alla gente che lo sostiene».

Cosa ti ha dato Mourinho e cosa Gasperini? 
«Non solo a me, ma a tutta la squadra, Mourinho ha dato concretezza. Ci ha trasmesso il suo carisma, inculcandoci il concetto di vittoria; il bisogno, direi, di vincere. Con lui abbiamo fatto due grandi stagioni, vincendo una Coppa e perdendone un’altra ai rigori. Mister Gasperini è forte, c’è poco da fare. Io che avevo già avuto la fortuna di averlo all’Atalanta, sapevo che bisogna solo andargli dietro perché è uno che ha fatto benissimo ovunque, e lo ha dimostrato pure al primo anno in una piazza esigente come questa».

Dì la verità, in partita con Gasperini ci si diverte di più che con Mou. 
«Sono due modi di fare calcio, ma noi ci siamo divertiti anche con Mourinho, perché quando vinci ogni tipo di calcio diventa bello. Certo, con Gasperini giochi un calcio offensivo, moderno, corri, attacchi, fai tanti gol, aggredisci e recuperi tanti palloni. È faticoso ma divertente».

Cosa ti rende così indispensabile per ogni tecnico che ti ha allenato? 
«Io sono un lavoratore. Mi piace andare in campo, lavorare tutti i giorni, ed essere sempre sul pezzo, fare quello che mi chiede l’allenatore. Fin da ragazzo ho sempre dato tutto».