Foti: "Roma, sei in ottime mani. Mou? Non gli venne dato il giusto tributo"
Ai microfoni di Radio Romanista, Salvatore Foti ha ripercorso i suoi anni alla Roma al fianco di José Mourinho. Di seguito, le sue parole:
Che ricordo hai di Pellegrini, come calciatore e persona?
«Mi fa piacere parlare di Lorenzo, perché è nato un rapporto di amicizia fuori dal campo. Quando si condividono certi momenti, si resta legati per sempre. Parliamo di un ragazzo spettacolare, al di là del professionista che è».
Che cosa spingeva Mourinho a dire sempre: “Se ne avessi tre, li farei giocare tutti e tre”? In quel periodo era molto criticato...
«Il tifoso della Roma, e lo sapete meglio di me, è passionale: quando c'è un giocatore romano e romanista, va messo in preventivo che ci siano pressioni ulteriori. Fece benissimo quell'anno, ma non solo. Anche quello dopo, tolto qualche infortunio di troppo, giocò partite importanti, come quella col Feyenoord ai quarti di Europa League. Lui è un giocatore importante che purtroppo ha avuto problemi fisici ed è legato tantissimo alla Roma: come dice lui, ne parla poco ma fa il massimo per il bene della Roma».
Anche quest'anno è andato a corrente alternata. Al derby ha segnato al rientro, a fine anno è il secondo miglior marcatore della Roma. Questa capacità di fare gol pur non essendo un attaccante è una delle sue migliori qualità?
«Le statistiche rimangono: da inizio carriera ha numeri da centrocampista e a fine anno si avvicina alla doppia cifra, oppure la supera. L'anno scorso ha fatto 7 gol nonostante piccoli infortuni che l'hanno rallentato, ma il suo rendimento è noto. Gli scrissi il giorno prima del derby, ero sicuro che avrebbe segnato: non avevo dubbi».
A proposito di giocatori di personalità: il video dei festeggiamenti della Conference è rimasto nella memoria dei romanisti. Tu hai intonato anche il coro “Presidente, portaci Dybala!”. Com'è andata davvero?
«Non andò proprio così... Fu una mia iniziativa personale! Presi il microfono, sapevo che ci fosse questa possibilità di portare Paulo alla Roma e intonai quel coro. Tiago Pinto non la prese molto bene! Ma fui preso dall'euforia e lui accettò comunque la cosa, nonostante volesse tenerla nascosta. C'era voglia di far capire alla gente che la Roma volesse fare le cose per bene».
Qualcuno sostiene ancora che sia un tuo acquisto!
«Il giocatore lo compra il club, la trattativa viene portata avanti dal direttore. Quando mi fu riferito della possibilità, dissi subito di sì: il mister si confrontava molto con me, mancava quel tipo di giocatore. E io sono innamorato delle qualità calcistiche di Paulo. Senza problemi fisici potrebbe giocare sulla luna. Dissi solo: “Portatelo subito”».
Lui stesso, così come Pellegrini, gioca una grande Europa League. Anche a Budapest Dybala segna e Lorenzo disputa una grande partita...
«Ne dobbiamo parlare per forza?».
Cerchiamo di non parlarne. Ma avrebbe potuto essere una grande svolta. Fa malissimo.
«Io l'ho raccontato già un paio di volte: fu una delusione, provai una tristezza immensa. Non solo per me, perché la finale è la fine di un ciclo lavorativo. Avevamo lavorato tanto e puntavamo a vincere quella coppa, sarebbe stato storico per la Roma. Avremmo vinto due finali europee di fila. Ma è il “come” a causare il tutto: personalmente, avrei preferito perdere una finale 0-3 senza storia, con loro più bravi di noi. Così brucia tanto: gli episodi si conoscono e si fa fatica ad accettarli. Quegli episodi hanno incrinato un po' l'anno successivo, tant'è che partimmo male. Sapevamo cosa avrebbe significato portare un altro trofeo ai tifosi della Roma. Il dispiacere era soprattutto per la gente: Roma viene definita una città difficile, ma il tifoso riconosce lo sforzo e l'impegno, che devono essere accompagnati dai risultati. Ma anche nel club ci sono persone tifose, come i magazzinieri. Vi racconto un aneddoto: durante i festeggiamenti per la Conference c'era questo magazziniere, Fabio, che piangeva come un bambino la notte successiva. In quei casi ti immedesimi nelle persone e capisci l'amore viscerale nei confronti della Roma. Eravamo tutti così, sapevamo che quando scendevi in campo rappresentavi un popolo e davi tutto. E poi avevamo il nostro condottiero, che dava tutto se stesso».
Com'è lavorare con Mourinho?
«Impegnativo, se devo dire! (ride, ndr). No, no, bellissimo. Con lui feci le coppe per la prima volta, entrai in un mondo diverso: preparare tre gare a settimana è davvero impegnativo. Poi la differenza la fa l'abitudine allo sforzo mentale. Sia l'anno della Conference sia quello dell'Europa League, quando avevamo un calo in campionato c'era una questione di rosa: giocavano quasi sempre gli stessi. In quei casi si fa fatica a giocare il giovedì a Bodo e la domenica a Firenze. Bisogna avere una rosa profonda, oltre a un pizzico di fortuna sugli infortuni. Nell'anno dell'Europa League Dybala e Smalling si fecero male. Il mister è impegnativo, è abituato solo a vincere».
E chiede tanto, ora è al Real Madrid.
«Il mister è una garanzia. Quando si parla di grandi piazze, di gestione dei giocatori, di obiettivi da raggiungere... Lui riesce a fare tutto, in qualche modo. Anche in Turchia, da secondi, ci siamo giocati il campionato fino alla fine. A Roma si è sempre parlato di Champions: quest'anno è stata raggiunta e sono felicissimo, ma va costruita una rosa profonda e di qualità. Altrimenti si paga».
Non era fastidioso sentire che la fatica non veniva recepita? Mi riferisco, in particolare, alla “banda del sesto posto”, come se esistesse solo quello per una Roma che aveva fatto due finali di fila.
«Rimarrà per sempre. Fare due finali è difficilissimo, non solo a Roma. Dico che quando giochi in qualsiasi club con grandi pressioni, devi essere pronto mentalmente. Se ascolti la gente che dice “la banda del sesto posto”, fai fatica a prescindere. Devi isolarti, pensare al campo e al tuo lavoro. Anche perché quei giocatori hanno dimostrato di essere la banda delle due finali europee consecutive. Se parliamo di calcio, non si può dubitare delle qualità di Pellegrini, Mancini e Cristante: sono giocatori importanti, hanno fatto bene e avevano già raggiunto una semifinale europea con Fonseca. Non ci si può limitare a trovare quattro o cinque giocatori come capro espiatorio per il mancato arrivo in Champions League. Noi potevamo arrivarci nell'anno della finale di Budapest: se fossimo stati eliminati dal Feyenoord ai quarti, avremmo giocato una volta a settimana e sarebbe cambiato tutto. Alla trentesima giornata eravamo terzi. Si parla del nulla».
In quell'addio di Mourinho, che resta traumatico, c'è un ricordo, un aneddoto che porti con te? E si poteva trovare il modo per renderlo meno traumatico?
«Ne ha parlato anche il mister. Penso che conosciate la storia dei biglietti che avevamo comprato per venire allo stadio col Verona, cosa che poi non facemmo per motivi di ordine pubblico. Era una cosa da non fare. Fu traumatico, uscii da Trigoria piangendo per il dispiacere. Era diventata casa. Può capitare che si incrinino i rapporti tra proprietà e allenatore. Il dispiacere più grande, per me, è non aver dato il giusto tributo all'allenatore. Non da parte dei tifosi, ma da parte della società: avrei voluto essere allo stadio per salutare tutti, si era creato qualcosa di grande, una cosa troppo bella. Il mister dice la verità quando ammette di aver trovato la piazza più bella a Roma. In quella stagione cambiò tutto negli ultimi venti giorni: a dicembre eravamo quarti dopo la vittoria col Sassuolo, poi affrontammo le big con tantissimi infortunati. Ricordo Napoli, Juventus, Atalanta e il derby di Coppa Italia. Ci furono tante partite condizionate dagli infortuni. Mourinho aveva il contratto in scadenza e la società non voleva rinnovarlo. Quello è il più grande dispiacere».
Ti ringraziamo.
«Grazie a voi. In bocca al lupo a voi e alla Roma, spero che faccia benissimo in Champions e in campionato. Siete in ottime mani!».
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