Capello: "Io Roma ce l’ho nel cuore. Dopo 20 anni è ora di vincere"

Capello: "Io Roma ce l’ho nel cuore. Dopo 20 anni è ora di vincere"Vocegiallorossa.it
Oggi alle 13:47Interviste
di Benedetta Uccheddu

Capello ha rilasciato un'intervista al Corriere dello Sport. Queste le parole dell'ex allenatore giallorosso:

Ricordo una cosa meravigliosa: festa del Milan e ti presenti con la giacca della Roma.
«Ma perché mi stava bene».

Esatto, era la tua taglia. No, tu alla festa del Milan, con Berlusconi, tutti felici per il Milan, ti presenti con la prima giacca che hai trovato nel guardaroba? Vuoi provocare?
«No, no, no. Io, sotto questo aspetto, non sono mai un provocatore. No, questa non era una provocazione. Assolutamente no. Poi l’ho indossata come avrei indossato qualsiasi altra giacca».

Nel primo ritiro passammo due o tre sere a parlare di calcio per il Corriere dello Sport, naturalmente, e mi raccontasti questo tuo amore per Roma. Perché avevi giocato nella Roma, perché eri stato benissimo.
«Sì, ma è la verità. Io Roma ce l’ho nel cuore. C’è un figlio nato a Roma, quindi c’è sempre un ritorno di questa storia mia romana. Come giocatore ho avuto la fortuna di trovare il punto di partenza per la mia carriera calcistica. Ho avuto la fortuna di avere un allenatore come Herrera, che mi ha spinto a fare delle cose importanti. E poi, come allenatore, essere riuscito a vincere lo Scudetto e a fare delle cose molto interessanti in una società che sentivo in maniera particolare. Perché sentivo il dualismo, la rivincita di Roma verso il nord. Hai capito?».

Tu che ricordo hai, che magari non hai mai raccontato, del presidente Sensi?
«Io ho voluto molto bene al presidente Sensi, ma a tutta la famiglia Sensi, perché era una famiglia coinvolta nella società. Quindi io gli devo tantissimo e sono tanto contento di avergli fatto vincere, insieme a tutta la squadra e a tutti quelli che hanno lavorato in quel momento, un campionato che adesso, come hai appena detto, manca da tanti anni. Era un bellissimo personaggio, un bellissimo personaggio con il quale ho condiviso delle serate molto belle. Era molto amico di alcuni cardinali, vescovi del Vaticano. Qualche volta ho avuto la fortuna di andare con lui, invitato a cena in Vaticano alla sera. Quindi è stato qualcosa».

Un Francesco Totti mai descritto esiste secondo te?
«Francesco Totti era uno da partita. Nel senso: fuori, io non ho mai frequentato i giocatori. Non ho frequentato né Totti né nessun altro. Per me Francesco Totti era il giocatore. Anche qualche volta come uomo abbiamo parlato, qualche suggerimento gliel’ho anche dato, e quindi lo giudicavo per quello che mi dava in campo. E quello che dava in campo era ancora quello».

Ma nello spogliatoio com’era?
«Era uno un po’ romano. Invece c’era qualcun altro, come Di Francesco, come Tommasi, che quando parlavano avevano un certo peso specifico».

Un po’ romano come? Spiegami un po’ romano.
«Sì, un po’: “Ahò, che famo?”, un po’ questo. Giocherellone, sotto certi aspetti. Poi entrava in campo e agli altri dava qualche punto in più. Però quando si parlava nello spogliatoio, questi due giocatori, che giocavano di meno, dicevano delle cose molto importanti».

Per un personaggio vero, da questo punto di vista. E infatti, perché tu alla Roma hai avuto anche il problema con Montella, perché giocava meno.
«Il problema ce l’aveva lui, io non avevo il problema».

Chiedo scusa: Montella aveva un problema con te.
«Voleva giocare, però sai…».

Era anche forte, eh.
«Cavolo se era forte, ma forte vero. Però avevo bisogno di qualcuno con un po’ più di fisico, un po’ più di forza».

E hai messo Batistuta.
«Ho messo quello. Giocavano. Quando qualche volta hanno giocato insieme Montella, Batistuta e Totti, dopo il primo tempo, nel secondo tempo c’era qualche centrocampista che si lamentava e diceva: “Mister, facciamo rientrare qualcuno ad aiutarci”. Era questo, perché bravissimi quando andavano in attacco, però voglia di rientrare e di aiutare poca».

E chi era che si lamentava particolarmente tra i centrocampisti?
«Un brasiliano».

Emerson.
«Sì, un brasiliano».

E poi avevi Pendolino, avevi un sacco di giocatori.
«Avevo una bella squadra. Ecco, lì il rammarico più grande è stato il non aver vinto il secondo Scudetto di seguito per il pareggio che facemmo contro il Venezia. Dopo che nel primo tempo potevamo fare gol e non l’abbiamo fatto, sempre nel primo tempo subimmo due gol. Uno per un incrocio di gambe con Aldair da parte del centravanti del Venezia: 1-0, 2-0. L’arbitro non me lo ricordo più, cercavo di recuperare: Collina. Pareggiammo 2-2. Eravamo noi un punto avanti, seconda era l’Inter e terza la Juventus. Un punto, un punto, un punto. Con quel pareggio terzi. Poi arrivammo secondi perché vincemmo a Torino. A quattro o cinque partite dalla fine avevamo un calendario abbordabilissimo e perdere con una squadra che era già retrocessa è stata una cosa che non mi passa. Però quell’incrocio di gambe di Aldair contro il centravanti del Venezia, non fischiato da Collina, mi rimase. Io ho detto: “Eh, ma figurati”. E lui ha detto: “Ma era involontario”. Certo, ma intanto per questo è partito, ne ha approfittato e si sono trovati due contro uno. È chiaro».

Alla fine di questa chiacchierata, naturalmente, abbiamo ricordato i 25 anni...
«Ci siamo quasi».

Cosa vorresti dire?
«Con la Roma. È ora!».

È ora di vincere? Storicamente?
«È ora di vincere».

Ah, tu dai fiducia?
«No, io do fiducia. La squadra mi sembra una buona squadra».

Quindi vorresti dire che tra 25 anni dovrò intervistare Gasperini?
«Eh sì».

Diciamo un pochino prima.
«Un pochino prima».