Roma, la Champions dopo otto anni: il bilancio della stagione di Gasperini e le mosse verso il mercato

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di VG Redazione
Roma, la Champions dopo otto anni: Gasperini chiude terzo, e si pensa alla stagione successiva guardando al mercato

La Roma è tornata in Champions League. Lo ha fatto chiudendo il campionato al terzo posto, con 73 punti, 23 vittorie, 4 pareggi e 11 sconfitte, 59 gol segnati e appena 31 subiti. Numeri che, letti a stagione conclusa, danno una forma precisa al primo anno di Gian Piero Gasperini sulla panchina giallorossa: un percorso non lineare, a tratti faticoso, attraversato da momenti complicati e da tensioni interne, ma capace di produrre il risultato che a Trigoria mancava da troppo tempo. Il 24 maggio 2026, al Bentegodi, la Roma ha messo il punto sul campionato battendo il Verona 2-0. Una vittoria sporca nel primo tempo, più pulita nella ripresa, arrivata nel giorno in cui la volata Champions ha emesso gli ultimi verdetti: Inter e Napoli già dentro, Roma e Como a completare il quadro; Milan e Juventus fuori dalle prime quattro e costrette all’Europa League. Per i giallorossi non è stata soltanto una qualificazione. È stata la fine di un’assenza durata 2934 giorni, dalla notte del 12 maggio 2018 all’ultima giornata di questo campionato.

Dal rischio rimpianto al terzo posto in Champions League per la Roma

La stagione della Roma è stata difficile da definire con una sola parola. È partita con ambizione, ha attraversato settimane di dubbi, ha rischiato di incartarsi nei passaggi decisivi ed è finita con cinque vittorie nelle ultime cinque giornate: Bologna-Roma 0-2, Roma-Fiorentina 4-0, Parma-Roma 2-3, Roma-Lazio 2-0 e Verona-Roma 0-2. Quindici punti che hanno trasformato la corsa europea in un atterraggio sicuro dentro la Champions. La classifica finale racconta una Roma terza, dietro Inter e Napoli e davanti a Como, Milan e Juventus. Un dato non scontato, perché per lunghi tratti la corsa alle prime quattro sembrava destinata a consumarsi sul filo, con più squadre racchiuse in pochi punti e con il rischio che il traguardo sfuggisse proprio nel finale. Invece la squadra di Gasperini ha chiuso nel modo più netto possibile: vincendo le partite che doveva vincere e trovando continuità proprio quando il margine d’errore si era ridotto al minimo. Settantatré punti, viste le premesse e il contesto, sono un bottino importante. La Roma ha chiuso con la seconda miglior difesa del campionato insieme al Milan, dietro soltanto al Como, e con una differenza reti di +28. È un dato che fotografa bene il salto compiuto dalla squadra: non sempre brillante, non sempre dominante, ma più solida, più riconoscibile e meno fragile nei momenti in cui il campionato chiedeva concretezza.

Verona-Roma, la partita che ha chiuso il cerchio
Al Bentegodi la Roma ha sofferto più di quanto dica il risultato. Il primo tempo è stato bloccato, con il Verona deciso a chiudere gli spazi e con i giallorossi poco fluidi nella costruzione. Gasperini all’intervallo è intervenuto, lasciando negli spogliatoi Pisilli e Ghilardi e cercando una squadra più pronta ad attaccare la partita. La svolta è arrivata nella ripresa. L’espulsione di Valentini, per doppia ammonizione, ha cambiato l’inerzia della gara. Poco dopo, Malen si è presentato sul dischetto, ha sbagliato il rigore ma ha avuto la reattività per ribadire in rete e portare avanti la Roma. Da lì la partita si è messa su binari più favorevoli, anche se i giallorossi hanno dovuto gestire la tensione di una serata in cui ogni episodio pesava. Nel finale è arrivato il 2-0 di Stephan El Shaarawy, alla sua ultima gara in giallorosso: un gol che ha chiuso il match e un ciclo personale lungo, fatto di ritorni, momenti decisivi e grande disponibilità. L’immagine di El Shaarawy in gol davanti ai tifosi romanisti al Bentegodi è una delle fotografie più forti dell’ultima giornata. La Roma festeggia la Champions e saluta uno dei suoi volti più riconoscibili degli ultimi anni. Non una semplice nota sentimentale, ma il simbolo di un passaggio: da una squadra che ha vissuto a lungo sul ricordo di occasioni mancate a una squadra che ora deve abituarsi di nuovo all’Europa del martedì e del mercoledì.

Il finale che ha cambiato il giudizio
Prima delle ultime cinque giornate, il bilancio sarebbe stato molto più complicato. La Roma aveva mostrato tratti interessanti ma anche limiti evidenti, soprattutto nella continuità e nella gestione delle gare ad alta pressione. La sequenza finale ha cambiato tutto, non perché abbia cancellato gli errori precedenti, ma perché ha dimostrato che la squadra aveva ancora margine fisico, mentale e tecnico per andare a prendersi l’obiettivo. La vittoria di Bologna è stata il primo segnale. Il 4-0 alla Fiorentina ha dato peso offensivo alla rincorsa. Il 3-2 di Parma ha confermato la capacità di stare dentro partite più sporche. Il derby vinto 2-0 contro la Lazio ha avuto un valore enorme, non solo per la classifica ma per il rapporto con la piazza. Verona ha messo il sigillo finale. In un campionato in cui Milan e Juventus hanno perso terreno proprio nell’ultimo tratto, la Roma ha fatto il contrario. Ha accelerato. Ed è questa la differenza tra una stagione da rimpianto e una stagione da ricordare. La qualificazione Champions non è arrivata per gentile concessione degli altri: è stata costruita con un finale quasi perfetto.

Gasperini, l’antipatico diventato riferimento

La qualificazione alla Champions ha un nome e un cognome: Gian Piero Gasperini. Non perché i giocatori non abbiano avuto meriti, ma perché il tecnico ha preso una squadra reduce da anni di instabilità e l’ha riportata dentro un quadro tattico leggibile. Il suo arrivo a Roma non era stato accolto con entusiasmo unanime. La piazza lo aveva sempre visto da avversario scomodo, spesso antipatico, e l’eredità emotiva lasciata da Claudio Ranieri rendeva il passaggio ancora più delicato. Gasperini ha scelto la strada più semplice e più difficile: parlare poco di consenso e molto di campo. All’inizio il rapporto con l’ambiente è stato freddo, quasi sospeso. Poi i risultati, la crescita della squadra e la qualificazione hanno modificato la percezione. L’allenatore che sembrava un corpo estraneo è diventato il riferimento tecnico di una Roma che ha ritrovato un obiettivo vitale. Il suo calcio non è stato sempre spettacolare, ma è stato coerente. La Roma ha corso 4296 chilometri complessivi in campionato, con una media di 113 a partita, ha chiuso con 828 tackle totali e 449 vinti, 2782 duelli complessivi e 1428 vinti. Numeri che raccontano una squadra intensa, spesso aggressiva, costruita su principi riconoscibili: pressione, duelli, occupazione forte della metà campo avversaria e attenzione alle transizioni.

La difesa come base della Champions
Se l’attacco ha trovato in Malen il volto del cambiamento, la difesa è stata il fondamento della qualificazione. Trentuno gol subiti in 38 partite sono un dato pesante, soprattutto in una stagione in cui la Roma ha spesso dovuto difendere risultati stretti. La squadra non ha avuto sempre il controllo totale delle partite, ma ha saputo reggere più di quanto fosse accaduto in passato. Svilar ha confermato di essere un punto fermo. Hermoso è diventato uno dei fedelissimi di Gasperini, tanto che la società ha esercitato l’opzione per prolungare il contratto fino al 2027. Ndicka è rimasto uno dei profili più importanti della linea arretrata, anche se proprio il suo nome rientra ora tra quelli che potrebbero generare plusvalenze importanti. Celik, dopo una stagione di maggiore continuità e duttilità, è al centro dei colloqui per il rinnovo: la distanza economica esiste, ma non viene considerata insormontabile. La Roma ha commesso 523 falli e ne ha subiti 537, ha ricevuto 66 gialli e 3 rossi. Anche qui c’è una traccia precisa: una squadra più fisica, più dentro il corpo della partita, talvolta al limite ma raramente passiva. Gasperini ha riportato la Roma in Champions anche attraverso questa dimensione: meno attesa, più contrasto, meno gestione sterile e più presenza nei duelli.

Malen, l’acquisto che ha cambiato la stagione

Donyell Malen è stato l’uomo che ha spostato il peso offensivo della Roma. Arrivato a gennaio dall’Aston Villa, è diventato in pochi mesi il riferimento della fase realizzativa. La società lo ha riscattato ufficialmente per 25 milioni, dopo i 2 milioni già versati per il prestito, blindandolo con un contratto fino al 2030. I numeri spiegano la decisione: 20 presenze e 15 gol in giallorosso secondo il comunicato del club, con un impatto immediato e decisivo. Malen ha risolto il problema principale della prima parte di stagione: la mancanza di un terminale continuo. La Roma aveva costruito molto, ma spesso faticava a trasformare il volume di gioco in gol. Con l’olandese ha trovato attacco della profondità, concretezza, capacità di aggredire l’area e presenza nei momenti decisivi. Anche a Verona, dopo il rigore sbagliato, ha avuto la lucidità e la cattiveria per arrivare prima sulla ribattuta. Il suo riscatto è il primo mattone tecnico della Roma che tornerà in Champions. Gasperini lo considera centrale, e intorno a lui andrà costruito un reparto offensivo più ampio come ricorda anche il Corriere dello Sport. Ferguson tornerà al Brighton dopo il prestito, Dovbyk non ha pienamente convinto e il club guarda a profili capaci di aumentare velocità e qualità sugli esterni. Greenwood è il nome più ambizioso, con Munoz e Leweling tra le alternative monitorate. Scamacca resta un profilo gradito a Gasperini, ma l’Atalanta lo considera centrale e il contratto fino al 2028 rafforza la posizione nerazzurra.

Dybala, Pellegrini, El Shaarawy: il peso degli addii e dei rinnovi
 

La qualificazione Champions non cancella le scelte da fare. Paulo Dybala resta uno dei temi più delicati. La sua qualità non è in discussione, ma la stagione ha confermato quanto la gestione fisica dell’argentino condizioni ogni valutazione. Quando sta bene, la Roma cambia livello tecnico; quando manca, l’impianto deve trovare altre soluzioni. L’estate servirà a chiarire il suo futuro dentro un progetto che avrà bisogno di affidabilità, rotazioni e continuità. Lorenzo Pellegrini ha vissuto un’annata complessa, con momenti difficili e altri di forte valore simbolico. Il derby vinto contro la Lazio, nel finale di stagione, gli ha restituito centralità emotiva. Resta però un nodo contrattuale e tecnico, da affrontare senza pregiudizi ma con realismo. La Roma che torna in Champions non può permettersi zone grigie: chi resta deve essere pienamente dentro il progetto.
El Shaarawy, invece, ha chiuso nel modo più romanista possibile: segnando l’ultimo gol della stagione, quello che ha messo al sicuro il 2-0 di Verona. Dopo 348 presenze e 66 reti, il suo saluto lascia un vuoto non solo numerico. Il Faraone è stato spesso l’uomo delle partite complicate, dei ruoli adattati, della disponibilità. In una squadra che dovrà crescere di livello, perdere un profilo così affidabile obbliga la società a sostituire non solo un esterno, ma un pezzo di equilibrio.

Il mercato comincia dalle uscite
La Champions porterà risorse, prestigio e un calendario diverso, ma non libera la Roma dai vincoli economici. Il club deve fare i conti con il settlement agreement firmato con la UEFA nel 2022 e con la necessità di rispettare la football earning rule. La scadenza del 30 giugno è il primo spartiacque dell’estate. Prima di comprare, la Roma dovrà vendere. E dovrà farlo bene. Il nuovo direttore sportivo in pectore, Tony D’Amico, si troverà subito davanti alla sfida più complessa: realizzare plusvalenze senza svuotare la squadra appena riportata in Champions. I nomi principali sono quelli di Manu Koné ed Evan Ndicka. Koné, arrivato dal Borussia Mönchengladbach per circa 18 milioni più bonus, oggi ha un valore di mercato importante e può attirare club di fascia alta. Ndicka, arrivato a parametro zero, garantirebbe invece una plusvalenza molto rilevante in caso di cessione. Se non dovessero arrivare offerte adeguate per loro entro il 30 giugno, il discorso potrebbe allargarsi a profili più dolorosi dal punto di vista tecnico e identitario, come Pisilli e Svilar. Entrambi garantirebbero plusvalenze quasi totali, per ragioni diverse: il primo è cresciuto nel vivaio, il secondo è arrivato a parametro zero. Ma privarsene significherebbe toccare due punti sensibili della nuova Roma. Svilar è stato uno dei migliori della stagione, Pisilli rappresenta un patrimonio tecnico e simbolico.

D’Amico, il profilo scelto per questa estate
La scelta di puntare su Tony D’Amico va letta anche dentro questa necessità. Il dirigente ha già dimostrato, tra Verona e Atalanta, di saper costruire valore e realizzare operazioni importanti. Kumbulla, Amrabat, Rrahmani, Hojlund, Retegui e Koopmeiners sono esempi di un metodo: individuare, valorizzare, vendere al momento giusto. A Roma, però, la difficoltà sarà maggiore, perché la piazza chiede competitività immediata e la Champions non concede anni di apprendistato. D’Amico dovrà muoversi su due binari. Da una parte le plusvalenze entro il 30 giugno, dall’altra la costruzione di una rosa adatta alla doppia competizione. Gasperini avrà bisogno di esterni, alternative offensive, rotazioni in difesa e una profondità diversa a centrocampo. La Roma 2025/26 ha centrato l’obiettivo con un gruppo forte ma non larghissimo; quella 2026/27 dovrà reggere Serie A e Champions senza perdere identità. In questo senso il mercato non potrà essere soltanto una somma di occasioni. Servirà coerenza. Malen è stato riscattato perché funzionale. Hermoso è stato confermato perché dentro i principi dell’allenatore. Celik può rinnovare per disponibilità tattica. Alajbegovic è un profilo giovane da provare a chiudere prima che il Mondiale giovanile ne alzi la valutazione. La direzione è chiara: aggiungere qualità senza appesantire i costi, vendere dove necessario senza compromettere l’ossatura.

Ranieri, Gasperini e una frattura da ricomporre
Nel bilancio della stagione non si può ignorare la tensione tra Gasperini e Ranieri. È stato uno dei passaggi più delicati dell’anno, perché ha toccato due figure forti e perché ha rischiato di creare una frattura proprio mentre la squadra stava giocando la parte decisiva del campionato. Ranieri aveva avuto un ruolo centrale nella scelta di Gasperini, e proprio per questo il deterioramento del rapporto ha fatto rumore. La proprietà ha scelto di proteggere il progetto tecnico. I risultati hanno fatto il resto. La qualificazione Champions consegna a Gasperini una forza politica e sportiva diversa rispetto a qualche mese fa. Ora, però, l’ambiente dovrà essere normalizzato. Non basta arrivare terzi se poi Trigoria resta attraversata da linee di tensione interne. La stagione del centenario, con la Champions in calendario, avrà un carico emotivo enorme. Servirà una società allineata, con ruoli chiari e comunicazione meno esposta. Gasperini, da parte sua, ha vinto la sfida più difficile: convincere la piazza con i risultati. L’allenatore che all’inizio veniva percepito come distante è diventato l’uomo da seguire. Ma la prossima stagione sarà diversa. Non basterà più riportare la Roma in Champions. Bisognerà mantenerla competitiva, gestire il salto di aspettative e impedire che il ritorno nell’élite europea diventi un episodio isolato.

La Champions come base, non come punto d’arrivo
Il rischio, ora, è considerare la qualificazione come un traguardo da celebrare e basta. È comprensibile che la Roma abbia festeggiato: otto anni fuori dalla Champions sono un tempo enorme per una società con ambizioni internazionali. Ma il senso vero di questa stagione si misurerà da ciò che verrà dopo. La Champions deve tornare a essere normalità, non eccezione. I ricavi europei aiuteranno il bilancio, ma soprattutto dovranno riaccendere un motore tecnico fermo da troppo. Giocare partite di livello alto, contro avversari abituati a tempi e intensità diversi, farà crescere la rosa. Ma renderà anche più evidenti le mancanze. La Roma dovrà alzare il livello senza perdere la solidità trovata quest’anno. Dovrà segnare di più senza concedere campo. Dovrà inserire nuovi giocatori senza rompere gli equilibri. Il campionato appena chiuso offre una base. Terzo posto, 73 punti, 59 gol fatti, 31 subiti, derby vinto, finale di stagione perfetto e ritorno in Champions. Non è poco. Ma proprio perché la base è solida, l’estate diventa decisiva. Un mercato sbagliato rischierebbe di trasformare la qualificazione in parentesi. Un mercato coerente potrebbe invece aprire un ciclo.

La passione romanista oltre il campo
Il ritorno in Champions cambia anche il modo in cui la Roma verrà vissuta fuori dal campo. Le serate europee riportano la squadra dentro un calendario diverso, più internazionale, più seguito, più pesante anche dal punto di vista mediatico. Per una tifoseria che ha riempito stadi, trasferte e discussioni per anni anche senza Champions, il salto di attenzione sarà naturale. Nel frattempo, la passione dei tifosi giallorossi continua a estendersi oltre il campo. Il mondo dell'intrattenimento digitale legato allo sport cresce in Italia, e chi cerca informazioni sul settore del gioco regolamentato può consultare risorse come i migliori casinò online con licenza ADM, utili per orientarsi tra le piattaforme autorizzate. Il cuore, però, resta il campo. E il campo ha detto che la Roma è tornata tra le prime quattro, anzi tra le prime tre. Ha detto che Gasperini ha costruito un’identità. Ha detto che Malen è già un punto fermo. Ha detto che Svilar, Hermoso, Ndicka, Soulé, Pellegrini, Dybala e gli altri hanno attraversato una stagione complessa arrivando al traguardo più atteso. Ora il compito della società è non disperdere ciò che è stato costruito.

Tre domande per l’estate della Roma
La prima riguarda il mercato in uscita: chi verrà sacrificato per rispettare i parametri UEFA senza abbassare troppo il livello della squadra? Koné e Ndicka sono i nomi più logici sul piano economico, ma non è detto che il mercato segua i piani della Roma. Pisilli e Svilar sono alternative più dolorose e per questo da considerare solo in caso di necessità. La seconda riguarda l’attacco: chi affiancherà Malen? Gasperini chiede giocatori funzionali, capaci di attaccare la profondità, lavorare negli spazi, reggere l’intensità e portare gol. Greenwood resta il profilo più alto tra quelli circolati, Scamacca il nome più legato al passato dell’allenatore, ma entrambe le piste sono complicate. Serviranno alternative vere, non semplici nomi da lista. La terza riguarda la tenuta interna. La Roma entra nella stagione del centenario con la Champions, un tecnico forte, un nuovo direttore sportivo e una piazza che avrà aspettative più alte. La proprietà dovrà garantire stabilità. La squadra dovrà confermare quanto fatto. L’allenatore dovrà gestire una rosa più profonda e un calendario più duro. È qui che si capirà se il terzo posto è stato un picco o l’inizio di qualcosa.

Il bilancio di una stagione che cambia la prospettiva
La Roma di Gasperini ha chiuso il campionato meglio di come lo aveva attraversato. Ha avuto problemi, li ha portati addosso per mesi e li ha risolti quando contava. Non è stata una squadra perfetta, ma è stata una squadra competitiva. Non ha dominato il campionato, ma ha saputo prendersi il suo posto. Non ha cancellato otto anni di assenza europea con una sola partita, ma ha rimesso la Roma dove mancava da troppo. Il 2-0 di Verona resterà come il risultato che ha certificato tutto. Il gol di Malen, il saluto di El Shaarawy, i tifosi in festa, la classifica finale con la Roma terza: immagini che raccontano una stagione trasformata nel suo ultimo mese. Da possibile rimpianto a punto di ripartenza. Adesso viene la parte più difficile. Restare in Champions, costruire una squadra più forte, rispettare i parametri economici, gestire le cessioni, completare il mercato, ricomporre le tensioni interne e arrivare al centenario con una Roma all’altezza della nuova aspettativa. Gasperini ha fatto il primo passo. Il club, ora, deve dimostrare di saperlo accompagnare. Perché la Champions, per la Roma, non può più essere una festa ogni otto anni. Deve tornare a essere una casa da frequentare. E questa stagione, con tutte le sue contraddizioni, ha finalmente riaperto la porta.

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