Totti: "Mai stati attriti tra me e De Rossi. La 10 a Dybala? Roma non è Torino"
Francesco Totti ha rilasciato una lunga intervista ai canali di Betsson Sport, rispondendo alle domande dei fan che hanno provato a metterlo in difficoltà. Diversi i temi toccati dall’ex capitano giallorosso: dal rapporto con la Roma alla Conference League, passando per la numero 10, il paragone con Del Piero, il 26 maggio, Batistuta, la Nazionale e alcuni retroscena della sua carriera.
Chi ti ha messo più in difficoltà? Un giocatore della Lazio o della Juventus?
«Diciamo che sono due squadre che diverse, dal mio contesto. Però sempre con ammirazione, sempre con rispetto. Ce ne sono stati dei giocatori, dai».
Negli ultimi anni il Napoli ha superato per numero di scudetti la Roma. Tu, da bandiera della Roma, provi più ammirazione per il cammino del Napoli o più rammarico per quello che la Roma poteva fare?
«Diciamo entrambe le cose. C’è ammirazione per il Napoli, perché negli ultimi anni ha fatto un percorso grandioso. La Roma, invece, ne ha vinti tre in vent’anni: direi che sono due situazioni ben diverse».
Guardando lo scudetto del Napoli dello scorso anno, ti è mai venuto da pensare che quella poteva essere anche la nostra storia a Roma? Se alcune cose fossero andate diversamente?
«No, perché, come ho detto prima, il Napoli ha meritato. Ha fatto una grande campagna acquisti, ha preso un allenatore forte, che aveva voglia di vincere. Se lo sono meritato».
La Roma, senza di te, ha vinto la Conference League. Sei stato più felice o, come si dice a Roma, hai un po’ rosicato di non esserci stato?
«Sinceramente è una domanda un po’ strana, perché chi è tifoso della Roma, quando si vince, è sempre contento. Che giochi o non giochi, è uguale, non cambia niente. Chi pensa cose del genere non è tifoso della Roma».
Sei andato a festeggiare?
«No, sono stato a casa. Fosse stata la Coppa dei Campioni, pure pure, però la Conference... È sempre un trofeo internazionale».
Hai vinto la cosa più importante, uno scudetto.
«Beh, diciamo che sono due cose diverse, molto diverse. Però, quando si vince, è sempre bello. Quando vince la Roma è sempre bello».
Ma che sensazione ti ha fatto quando hanno dato la fascia di capitano a lui per la prima volta?
«Non è stata una sensazione particolare, anche perché io non giocavo, perciò era normale che fosse lui. Qualcuno doveva pur esserlo. Era come quando ero squalificato».
E con un allenatore con pochi capelli…
«No, ci sono stati un po’ di screzi, diciamo. Però alla fine, come ho sempre detto, remavamo tutti dalla stessa parte: quello era l’obiettivo primario. In quel contesto bastava uno sguardo per capirsi».
Il cucchiaio è diventato il tuo marchio di fabbrica, però Sicignano te l’ha parato. Ti ricordi cosa pensasti in quel momento? Hai mai pensato di non ripeterlo più?
«Ormai questo benedetto cucchiaio mi perseguita. L’ho fatto parecchie volte, Sicignano è stato bravo in quel contesto. Però ora ti racconto un aneddoto che nessuno sa. Era Roma-Lecce, stavamo 0-2 ed era quasi la fine del primo tempo, mi sembra il 43’ o 44’. In genere, in quel contesto, è difficile che il portiere possa pensare a un cucchiaio, perché pensi più che altro a riaprire la partita. Però io, prima di calciare il rigore, dissi a un giocatore del Lecce: “Ora gli faccio il cucchiaio”. Lui è rimasto fermo sul dischetto. Lì Sicignano è stato bravo».
E tra l’altro so che lui ti ha chiesto anche la maglietta.
«Sì, poi gliel’ho data».
Io so di no…
«Vabbè, lì per lì un po’ di nervosismo c’era. Anche perché io ho sempre detto: se sbaglio un rigore, se tiro fuori, posso fare una brutta figura io. Ma una brutta figura la fai anche se lo sbagli tirando fuori».
A proposito di cucchiaio, Benzema in Manchester City-Real Madrid segnò un rigore proprio così. Pensi che fosse più bravo di te a calciarlo?
«No, perché tanti, oltre a Benzema, hanno fatto il cucchiaio. Però il marchio di fabbrica è quello».
C’è qualcosa che invidi a Benzema, dal punto di vista tecnico o per i trofei?
«No, sinceramente. Il pregio che ho è che non ho mai invidiato niente a nessuno».
I tifosi della Juve hanno fatto di tutto per dare la numero 10 di Del Piero a Dybala. Molti tifosi della Roma volevano fare lo stesso, sempre con Dybala: la numero 10 di Totti a Dybala. Sei d’accordo?
«Ma Roma non è Torino, perché 25 anni di carriera sono diversi. Dybala a Torino è stato sei anni, alla Roma con questo sono quattro. Dopo tre anni non può prendere la dieci, penso. Te la devi pure un po’ meritare».
Tu dopo quanto l’hai presa?
«Io dopo otto anni, sette-otto anni. Poi può pure prenderla, perché lui è un giocatore da dieci. È un giocatore estroso, uno che può permettersi di indossarla. Però io ho sempre detto che quando prendi quel numero vuol dire che sul campo hai fatto qualcosa di importante. Lui lo ha fatto, però deve dare continuità. Non per un anno o due, ma per almeno dieci, quindici anni».
Dualismo degli anni 2000: Totti e Del Piero. Possiamo dire che la carriera di Del Piero è stata superiore a quella di Totti?
«Stai parlando di uno dei più grandi giocatori della storia del calcio: Alessandro Del Piero. Ha vinto molto di più, giustamente, però ha giocato alla Juve rispetto alla Roma. Ha avuto la possibilità di giocare con grandissimi campioni, quello sì».
Stai dicendo che, se fossi andato in una squadra come la Juve, avresti vinto almeno come lui, o di più?
«Sì, anche se non avessi giocato avrei vinto».
Hai sempre raccontato di come fossi stato praticamente venduto alla Samp nel ’97. Sincero: ci pensi ogni tanto? Se quel trasferimento si fosse concretizzato, come avrebbe potuto essere la tua carriera? Avresti vinto di più oppure avresti accettato qualche richiesta di un top club a cuor più leggero?
«Sinceramente adesso non ci penso più, ormai è passato tanto tempo. In quel periodo ci pensavo, spesso e volentieri, anche perché ero giovane e non sapevo cosa potesse riservarmi il futuro della mia carriera. Ho avuto la fortuna di partecipare a questo benedetto torneo Città di Roma, con Ajax e Borussia Mönchengladbach all’Olimpico. Se non ci fosse stato quel torneo, tre giorni prima avrei firmato con la Sampdoria in prestito. Da lì sarebbe stato tutto un punto interrogativo: non saprei dirti che carriera avrei fatto. Da quel momento è cambiata tutta la gestione calcistica. Ringrazio quella partita, perché poi il presidente Sensi dichiarò che Totti sarebbe rimasto a Roma a tutti i costi. Il giorno dopo Bianchi gli disse: “O me o Totti”. La risposta fu Totti».
Su Franco Sensi.
«Ringrazierò per tutta la vita il mio presidente Franco Sensi, perché mi ha dato una possibilità. Quando hai la fiducia del presidente della Roma, romano e romanista, che ha fatto tutto per la Roma, è qualcosa di speciale. Ho avuto la fortuna che potesse gestirmi in tutto e per tutto. Mi ha dato la possibilità di realizzare il mio sogno: indossare un’unica maglia».
Quando invece hai firmato per la Sampdoria, hai detto che avevi già firmato?
«Sì, avevo firmato un precontratto. Lì per lì non la presi bene, perché era una decisione drastica. Io ero abituato alla quotidianità: gli amici, la famiglia, tutte le cose che fai da giovane. Cambiare città non era semplice».
In quel momento vedevi il tuo passaggio alla Sampdoria come un probabile trampolino di lancio o come una sconfitta personale?
«Sicuramente come un trampolino di lancio, perché devi pensare al tuo lavoro, al tuo mestiere, alla tua passione. Se in quel momento il mio percorso era quello, vuol dire che doveva andare così. Lì per lì non pensavo ad altro: il mio desiderio era rimanere per sempre a Roma, però se trovi delle buche durante il percorso devi schivarle. Ero giovane e dovevo ancora dimostrare quello che potevo valere come calciatore».
Sensi ti ha dato questa grandissima possibilità e tu l’hai colta appieno.
«Infatti è quello che dico sempre: quando ti danno una possibilità, devi essere all’altezza di dare una risposta. Devi anche saper cogliere l’attimo, il momento in cui ti viene data quella possibilità».
Aprile 2010, Roma-Sampdoria. Primo tempo 1-0 con un tuo gol, poi nella ripresa 2-1 con doppietta di Pazzini. Cosa è successo nello spogliatoio?
«Avevamo fatto un percorso importante. All’inizio cambiammo allenatore e arrivò Ranieri. C’era l’Inter che in quel periodo era devastante, e infatti quell’anno vinse il Triplete. Loro avevano, mi sembra, 15 o 16 punti di vantaggio, ma noi facemmo una scalata impressionante e arrivammo a tre giornate dalla fine con Roma-Sampdoria. Eravamo un punto avanti a loro, dopo che la settimana prima avevamo vinto lo scontro diretto Roma-Inter per 2-1. Penso che, se avessimo vinto quella partita contro la Sampdoria, avremmo vinto lo scudetto. Il primo tempo di Roma-Sampdoria credo sia stato uno dei più belli della storia della Roma. Feci gol io, 1-0, ma doveva finire 7-0 o 8-0: Storari prese tutto, parò di tutto».
Nel secondo tempo che è successo?
«Tra il primo e il secondo tempo ci furono un po’ di screzi tra alcuni giocatori. Da lì ci fu uno scombussolamento totale. Poi loro furono bravi, ebbero una reazione diversa rispetto al primo tempo, anche perché erano grandi giocatori. In quel periodo la Sampdoria mi sembra fosse quarta in classifica e lottava con il Palermo».
Se dovessi dire una cosa sul calcio che tutti sanno ma che nessuno dice, quale sarebbe?
«Se non lo dicono, vuol dire che non sanno quello che penso io. Oppure c’è omertà. Quello che sai tu lo so io: non c’è differenza».
Dopo aver visto i fischi a Maldini, è cambiato il tuo modo di pensare al rapporto tra leggenda e tifosi? Soprattutto per te, alla Roma, è mai capitato qualcosa di simile?
«No, perché sinceramente non mi sono mai paragonato agli altri. Ho avuto la fortuna che i miei tifosi mi abbiano sempre sostenuto e portato massimo rispetto, come ho fatto io con loro. Diciamo che era una cosa reciproca. C’è stata una scintilla, mi sembra, in Siena-Roma di Coppa Italia: andammo sotto la curva e mi tirarono una bottiglietta. Mi sono un po’ infastidito, però poi le acque si sono calmate. Nel mio rapporto con i tifosi non c’è mai stato niente di negativo, anzi c’è sempre stato massimo rispetto».
Tu preferiresti un genero laziale o che la Roma retroceda in Serie B?
«Un genero laziale, anche perché ce l’avevo».
Su quel calcio a Balotelli.
«Sicuramente l’espulsione non ha condizionato la partita, perché era quasi finita. Stavamo perdendo 1-0, mi sembra. Per quanto riguarda il fatto se lo rifarei, no, non lo rifarei. Vorrei fare un appello soprattutto ai giovani: non fate quello che ho fatto io, perché non è bello e non è sportivo».
Perché l’hai fatto in quel momento?
«Era un accumulo di situazioni legate a Mario: nei confronti dei tifosi della Roma e di noi giocatori. Non era una singola partita, erano anni e anni in cui accumulavamo il suo comportamento e alcune provocazioni. Capita un momento in cui non sei lucido e fai cose che non dovresti fare. In quel contesto, da una parte mi pento calcisticamente e come giocatore; dall’altra, però, mi metto nei panni di tutti i tifosi della Roma e di tutti i tifosi italiani che in quel momento avrebbero voluto fare qualcosa».
Zanetti, oltre a diventare una bandiera, è diventato anche vicepresidente dell’Inter, parte integrante della società. Quando vedi quello che rappresenta Zanetti per l’Inter, vorresti avere anche tu un ruolo più incisivo nella Roma?
«Innanzitutto stiamo parlando di un giocatore extraterrestre, perché per me ancora oggi potrebbe giocare. È un giocatore anormale, ha una forza fisica, una testa e una voglia di stare bene fisicamente che ti mettono quasi in soggezione quando lo vedi, perché è ancora integro. Per quanto riguarda il suo percorso dirigenziale, se l’è meritato e se lo merita, perché è una bella persona, una brava persona e una persona competente di calcio. Ho sempre detto che nel mondo del calcio devono esserci i calciatori, perché sono persone che capiscono i momenti, le situazioni, i giocatori, lo staff e l’allenatore. Penso che così sarebbe tutto più semplice per tutti. Per quanto riguarda me, nel futuro chissà».
Se ci fosse una partita, in tutta la carriera, che ancora non ti fa dormire la notte e che vorresti rigiocare, quale sarebbe?
«L’Europeo del 2000 contro la Francia. Mancavano cinque secondi alla fine e prendemmo gol, poi andammo ai supplementari e Trezeguet fece il golden gol. Quella è la partita che vorrei rigiocare».
L’arrivo di Batistuta: quell’anno fa 20 gol in stagione e tutti dicono che quello scudetto viene accreditato più a Batistuta che a Francesco Totti. Questa cosa, come si dice dalle vostre parti, ti ha fatto rosicare?
«Beh, diciamo che io non ho mai sentito dire questa cosa, che Batistuta abbia vinto lo scudetto perché ha fatto 20 gol. Quella è stata un’annata strepitosa, anche perché venivamo da un’eliminazione in Coppa Italia prima dell’inizio del campionato. Perdemmo con l’Atalanta, ci buttarono fuori e ci fu una contestazione a Trigoria disarmante: successe un casino. Poi, dalla prima partita, da Roma-Bologna, non ce n’è stata più per nessuno».
Ma senza Batistuta lo avreste vinto lo stesso?
«Con i “ma” e con i “se” si fanno tanti discorsi. Batistuta è stato uno dei giocatori che ci ha fatto vincere lo scudetto. Un giocatore assurdo: fece 20 gol, quello che doveva fare. L’attaccante deve fare gol e in quell’anno ne fece 20. Io ribadisco sempre questo: il difensore deve difendere, l’attaccante deve fare gol e il portiere deve parare».
C’è un gol che hai sbagliato e che magari ti ha fatto pensare: “Cavolo, quello lo potevo segnare”?
«La sincera verità? Non me lo ricordo. Di clamorosi mi sa che non ne ho sbagliati».
26 maggio 2013. Te la sei mai tolta dalla testa?
«Una partita non bella, almeno parlo dalla nostra parte. Però, come ho sempre detto, contro i cugini è sempre una partita diversa, una partita a sé. Loro sono stati bravi e hanno vinto per un nostro errore, ma hanno vinto giustamente. Alla fine, stringendo il limone, abbiamo perso una finale: se ci fosse stata Lazio, Milan o Inter sarebbe stato uguale».
Quindi non ti è pesata di più perché c’era la Lazio?
«Mi è pesato in quel momento, in quel contesto, ma non perché avesse vinto la Lazio. Non ci ho dormito per un po’ di giorni, però poi sei un professionista, sei un calciatore e devi andare avanti. Il passato è passato».
Ti sei dato la colpa di quella partita, del 26 maggio?
«Sì, mi sono dato la colpa, non perché fossi il capitano, ma perché non mi sono espresso come dovevo. Tutta la squadra, forse, ha sentito più la partita rispetto ai cugini. La pressione, quando c’è Roma-Lazio, c’è sempre. In quella partita, però, ai nostri tempi c’era ancora più pressione. Volevamo vincere perché era una finale, più che altro. Ci sono partite che il capitano non riesce a ribaltare, ma se c’è il capitano ci sono anche altre dieci persone che possono farlo. Non è che, siccome hai la fascia, allora la devi ribaltare per forza tu. Sicuramente, rigiocandola, avresti un’altra chance. Poi può darsi pure che la riperdiamo un’altra volta».
In quella squadra quale dei tuoi compagni elimineresti?
«Non mi ricordo nemmeno precisamente chi giocò. Tre, quattro, forse cinque me li ricordo. Però non eliminerei nessuno, perché alla fine sono stati miei compagni di squadra e per me il rispetto è la prima cosa. Anche se non vado d’accordo con qualcuno, quando giochi con me sei sempre parte di me».
Negli ultimi anni partivi spesso dalla panchina. È stata più dura accettare di non essere più così incisivo oppure vedere gli altri prendere il tuo posto?
«Dura perché, alla fine, sapevi che stavi andando verso la conclusione della carriera. È normale che, quando hai una certa età, come si dice a Roma, io auguro a tanti giocatori di arrivare a 40 anni come ci sono arrivato io. Non ho mai chiesto né al mister né alla società di poter giocare. Ero a disposizione: quando venivo preso in considerazione, davo sempre il massimo. È normale che poi ci siano delle fasi nel percorso, quando sei giovane e quando sei un po’ più anziano. Però, sotto tanti punti di vista, potevo dare ancora un forte contributo e ogni volta che mi chiamavano in causa qualcosa facevo. Non ho mai chiesto né preteso di iniziare una partita o di giocare. Se per dieci partite non giocavo, non cambiava niente. L’importante è che, anche quando stavo in panchina, davo motivazione, voglia e concentrazione per provare a vincere la partita».
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