Svilar: "La Roma deve stare stabilmente nelle prime posizioni. In Champions vogliamo passare il turno"
Mile Svilar ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di Radio Romanista. Il portiere giallorosso ha parlato degli obiettivi della squadra, del ritorno in Champions League, del rapporto con Gasperini e del proprio futuro, ribadendo la volontà di continuare la sua avventura nella Capitale.
Guardando le immagini della stagione appena conclusa, secondo te qual è stato il tuo contributo al raggiungimento della Champions League?
«Sì, sicuramente c’è stato un contributo. Diciamo che è stato diverso tra l’inizio e la fine del campionato, perché c’è stato anche un momento in cui magari prendevamo qualche gol in più e io non ero al top. Però, in quei momenti, c’erano altri ragazzi che facevano qualcosa in più. Secondo me il contributo di tutta la squadra è stato fenomenale: quando uno stava un po’ meno bene, un altro stava meglio e riusciva a dare qualcosa in più. È stato questo il nostro punto di forza».
Sai che c’è ancora un record di Champions League che ti appartiene?
«Mi sa che non mi appartiene più, sai?».
Quello del portiere più giovane a parare un rigore.
«Ah, sì, quello sì».
Il 31 ottobre 2017, contro il Manchester United, parasti un rigore ad Anthony Martial. Te lo ricordi?
«Sì, certo, certo».
Che Svilar ritroverà la Champions League? Quanto sei cambiato mentalmente e fisicamente rispetto a quel ragazzo?
«Sicuramente sarà uno Svilar più maturo, con più esperienza nella vita e nel calcio. Uno Svilar che ha giocato molte più partite in Serie A e in prima squadra. Quindi c’è un mondo di differenza tra lo Svilar di 18 anni e quello di oggi. Però è anche normale».
Gasperini ha detto che la Champions League è bellissima da giocare, ma anche molto difficile e che si rischia di prendere qualche “musata”. Che tipo di ambizione può avere la Roma in questo percorso?
«Noi dobbiamo puntare a passare il turno, ovviamente. Non so se riusciremo a entrare tra le prime otto o se dovremo passare dai playoff, però prima della Champions ci sono due o tre partite di campionato nelle quali dobbiamo provare a iniziare bene e subito forte. Come abbiamo visto l’anno scorso, è importantissimo partire bene, perché alla fine si gioca tutto per uno, due o tre punti al massimo. Quindi ogni partita conta tantissimo. Non basta soltanto dirlo, bisogna sentirlo davvero. Due stagioni fa non siamo andati in Champions per pochissimi punti, mentre l’anno scorso siamo riusciti a qualificarci con un margine minimo su Juventus e Milan. Veramente ogni partita conta. Prima dobbiamo iniziare bene la stagione in Serie A e poi vedremo chi affronteremo in Champions. Secondo me dobbiamo puntare a passare il turno».
C’è uno stadio nel quale non hai mai giocato e in cui ti piacerebbe scendere in campo? Il Bernabéu, per esempio?
«Non ho mai giocato al Bernabéu e non sono mai stato neanche in panchina lì con il Benfica. In realtà ci sono stato una volta da bambino, da tifoso, per vedere una partita, però da professionista non ci sono mai stato. Mi piacerebbe molto giocare lì. Anche nello stadio del PSG non sono mai stato. Sarebbe bello».
Ti piacerebbe quindi affrontare squadre di quel livello?
«Sì, perché sono partite nelle quali puoi imparare tante cose e sono bellissime da giocare».
Ma sarebbe più bello riaffrontare Mourinho al Bernabeu o all'Olimpico?
«Per me il Bernabéu sarebbe speciale soprattutto per vivere l’esperienza di quello stadio, però anche all’Olimpico sarebbe bellissimo».
Parlavi della Serie A. Milan e Juventus vogliono tornare stabilmente ai vertici e stanno facendo mercato. Ti aspetti un campionato ancora più complicato?
«Più complicato non significa necessariamente che i nuovi giocatori faranno meglio di quelli che c’erano l’anno scorso. Ci sono squadre che erano già forti, quindi bisognerà vedere quanto riusciranno a incidere i nuovi acquisti. Però anche l’anno scorso è stato un campionato difficile. Quando, per esempio, abbiamo perso in trasferta contro il Como, non so in quanti credessero ancora che saremmo riusciti ad andare in Champions. Poi abbiamo vinto cinque delle ultime sei partite e ci siamo qualificati. Come dicevo prima, in Serie A si gioca sempre fino alla fine. Negli ultimi anni magari non sempre è stato così per lo Scudetto, ma per i posti in Champions League e in Europa League si arriva sempre fino all’ultima giornata».
L’obiettivo deve essere quindi quello di stare stabilmente nelle prime posizioni per poi giocarsi la qualificazione alla Champions?
«Sì. Dobbiamo provare a stare più tranquilli possibile nelle prime cinque o sei posizioni e poi giocarci tutto nel finale. La Roma deve stare in Champions League».
Dal punto di vista atletico sembra che tu abbia lavorato molto anche durante l’estate. Come stai fisicamente?
«Quest’estate è stata un po’ diversa, perché ho avuto un piccolo problemino e quindi non potevo fare tantissimo come negli anni precedenti. Poi, però, il ritiro è stato comunque duro e sono riuscito a rimettermi a posto. Adesso sto bene».
A volte i giocatori di movimento, quando devono correre tanto, scherzano dicendo che vorrebbero fare i portieri. Ma anche per voi il lavoro atletico è molto duro, no?
«Sì, spesso quando loro corrono dicono: “Quanto mi piacerebbe essere portiere adesso”. Però non è così scontato. Anche per noi è un lavoro molto impegnativo».
Com’è il rapporto all’interno del gruppo dei portieri e con lo staff?
«Sì, è un bel gruppo. Lavoriamo sempre con tanta serenità e felicità. Gollini è anche uno che scherza tantissimo, quindi è piacevole lavorare con loro. Siamo già insieme da un anno e mezzo. Con Farelli sto insieme da due anni e mezzo, quindi questo è il terzo anno. Ci conosciamo tantissimo, anche con uno sguardo a volte dici tutto quello che l'altro deve sapere. Anche con Gigi ci siamo trovati benissimo, sta con noi da un anno. Con Giorgio (De Marzi, ndr) ci troviamo benissimo. Sono ragazzi che spingono sempre: se loro spingono, anche io devo spingere me stesso. Fa bene a tutti».
Sei considerato uno dei portieri più forti della Serie A, soprattutto nell’uno contro uno. È una caratteristica che hai sempre avuto, già da bambino?
«Sì, è una caratteristica che ho sempre avuto. Da bambino ho sempre imparato a uscire, ad andare in avanti e a chiudere lo spazio. Tante volte ti ritrovi in una situazione di uno contro uno e io ho sempre avuto l’istinto di andare verso l’avversario per ridurgli lo spazio. È una mia caratteristica».
Banalmente, non ne hai mai avuto paura?
«No, paura no, perché... Dai, sì e no! All'inizio, magari. Però ho un padre che faceva lo stesso lavoro, quindi quando prendevo la pallonata in faccia e volevo piangere, lui diceva di no. Con lui non era possibile piangere! Quindi, ho imparato così e meno male che è stato duro!».
Ma il tuo stile nello stare in porta, secondo te, ricorda quello di papà?
«Sì, tantissimo. Lui era anche un po' più basso, quindi magari un po' più veloce, un po' più esplosivo. Quella di attaccare sempre e di difendere lo spazio era una caratteristica anche sua, l'ho imparata tantissimo da lui. E poi con, con Simone e Gigi (Farelli e Salineri, ndr)... A loro piace tantissimo, perché è un po' lo stile italiano nell'essere un portiere. E quindi mi sono ritrovato benissimo con questa cosa».
Nella tua complessità di caratteristiche c'è qualcosa in cui ti senti di dover ancora fare un passo in più, migliorarti?
«Sì, certo. Magari nella costruzione dal basso, dove magari anche come squadra non facciamo sempre il massimo. Lì possiamo migliorare e imparare. Però questo succede con gli allenamenti e con le partite, sono abbastanza sereno sul fatto che questo accadrà nel futuro. Poi, però, un portiere deve migliorare sotto tutti gli aspetti, perché ogni situazione è diversa; quindi, secondo me un portiere diventa anche più completo e più forte nel tempo, perché vive tante altre situazioni in cui magari a trentadue, trentatré anni si ritrova una situazione che ha già vissuto per cinquanta volte. Invece, quando si hanno ventisei o ventisette anni, la si ritrova per cinque, dieci volte. Quindi, voglio migliorare in tutto, ancora: sul piano tecnico, sul piano mentale... Diciamo, in generale».
Abbiamo letto un'intervista recente di Nemanja Matić, in cui diceva che tu la mattina mangiavi un sacco di latte e cereali. Ti è rimasta questa cosa a colazione?
«Lo dice ogni anno, almeno due o tre volte nelle interviste! (ride, ndr) No, la verità è che c'era sempre qualcosa da mangiare ma lui non te la faceva! C'erano quindi solo cereali e latte e io volevo un po' di più (ride, ndr). E quindi sì, quella è la storia».
In questi giorni abbiamo visto qui in ritiro anche il vicepresidente Ryan Friedkin, il nuovo CEO John Galantic, la Roma che si sta strutturando. Ti ha fatto piacere questa presenza qui in questi giorni?
«Certo, come no. Fa sempre piacere vedere la proprietà e la società seguirci, quindi questo ci dà anche fiducia per il futuro".
Senti, a proposito di futuro: è chiaro che il valore che hai sul mercato fa sempre notizia. Interessamenti ce ne sono, ma Mile Svilar si vede qui a vita con la maglia della Roma?
«Certo. Nella vita e nella carriera di un professionista non sei sempre l'unico a decidere, però io sono felice qui, la mia famiglia è felice qui. Quindi, per il momento io voglio stare qua e basta. Poi, che cosa succederà tra due anni, tre anni, cinque anni? Non lo so io, non lo sai tu, non lo sa il presidente, non lo sa l'allenatore. Il calcio è fatto da dinamiche che vanno oltre al calciatore. Ma se tu lo chiedi a me, beh, sì: voglio restare qui».
A proposito di famiglia, la nascita di un figlio cambia la prospettiva, la visione della vita. Il Mile Svilar portiere da quando è diventato papà è diverso?
«Magari in campo no, per me non è cambiato tanto in campo rispetto a prima, all'anno scorso o due anni fa. Ma a casa cambia tantissimo: non pensi tutto il giorno al fatto che si possa aver fatto qualcosa di sbagliato in allenamento o in partita, vedi tuo figlio e cambia tutto. In porta è lo stesso!».
Come stai vedendo Gasperini?
«Carico. Sereno, sorridente, ma carico in allenamento. Ci vuole».
Una domanda da un tifoso, per chiudere: qual è stata la parata più importante da quando sei a Roma?
«Ci sono state diverse belle parate. Ma quella più importante può essere quella su Soulé contro il Frosinone, nel 2024: era la prima partita in cui sapevo che se facevo bene restavo in porta. Sì, è stata bella. Ma non so se è la più bella. Però è la più importante per il prosieguo della mia carriera a Roma».
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