Coraggio o incoscienza? Roma-Inter è l'enigma insoluto di Gasperini
Alla Roma di Gasperini il coraggio raramente è mancato. Raramente, non mai, perché qualche passaggio a vuoto si è visto e si è verificato, almeno, in segmenti di scontri di alta classifica. Uno di questi era proprio quello contro l’Inter a San Siro, quando il secondo tempo sembrava aver spazzato via tutte quelle certezze che i giallorossi avevano costruito nei mesi precedenti. Com’è finita, poi, lo sappiamo, e come ha ricominciato la Roma in questo inizio di anno secondo di Gasperini pure: la sfida con i nerazzurri di questo pomeriggio rappresentava non il solito esame, ma, “semplicemente” (tra un grande paio di virgolette), la possibilità di provare a iscriversi a un altro campionato rispetto a quello giocato da questa squadra negli ultimi anni. Una possibilità che passava, appunto, dalla capacità di mostrare quel coraggio e quelle qualità che sono valse il terzo posto a maggio contro chi esibisce lo scudetto sul petto.
La risposta è stata eloquente. Dal primo minuto la Roma ha aggredito, ha fatto capire di voler far sua la partita, ha fatto sentire il fisico dei difensori, la forza dei centrocampisti, lo sprint degli attaccanti. A costo di prendersi qualche rischio - lasciando ai tre centrali la responsabilità di non trasformarli in realtà - i padroni di casa hanno agito da tali, vincendo un enorme numero di duelli, necessari da portare a casa in appuntamenti come questo. La forza dei singoli per dare energia al collettivo, ma anche per rendere fattivo il risultato dello sforzo profuso: a farlo ci ha pensato il (forse) più improbabile dei realizzatori di doppiette in Serie A, quel Manu Koné che “se sapesse anche calciare varrebbe cento milioni” e che non solo ha saputo calciare (il primo gol è un gioiello di preparazione su un pallone meno semplice di quanto si pensi), ma ha contribuito - come da sue funzioni - a mantenere alta la lancetta dei giri del motore di tutta la squadra finché è rimasto in campo.
Una partita così, però, non è sostenibile per tutti i suoi novanta minuti ed è sempre da mettere in conto un ritorno degli avversari. Quello è un momento in cui vanno limitati i danni il più possibile e, invece, la Roma ha finito per massimizzarli: il gol di Lautaro dopo pochi istanti dall’inizio del secondo tempo ha trasformato il tema tattico in un enigma, perché i giallorossi funzionano meglio a ritmi alti, ma il contesto suggeriva, invece, un ritmo più controllato. Gasperini ha scelto la solita strada, quella di dare energia: i cambi hanno coinvolto complessivamente tutto il terzetto difensivo, uno dei due quinti e quel Koné che continuava a essere il motore, ma che, evidentemente, per il tecnico meritava più di risedersi in panchina rispetto, per esempio, a un Dybala diventato ormai inefficace (e, ancora una volta, impaurito dalla sola idea di calciare in porta, problema non da poco per un attaccante), lasciato in campo più per fede che per ragione. Il 21 avrebbe dovuto aiutare la Roma a mantenersi pericolosa attaccando per difendere, questo non è accaduto e ha contribuito a trasformare il coraggio giallorosso in incoscienza, che pure sarebbe rimasta impunita se il Martinez sotto Curva Sud avesse avuto un po’ meno fortuna e quello sotto Curva Nord non avesse avuto la possibilità di approfittare di una difesa stanca e svagata quando la spinta dei suoi compagni sembrava affievolirsi.
Al fischio finale di Massa la sensazione è quasi stata quella di un punto difeso rispetto a due persi, quando in realtà la Roma ha fatto gran parte di quello che doveva per portare via l’intera posta. Quello che manca è quello che Gasperini non ha potuto - o non ha voluto - descrivere nelle diverse interviste del prepartita, che oggi è decisamente più un margine di miglioramento che un problema da risolvere. Da questa partita va preso tutto: il buono e il cattivo, l’aver messo la testa lassù e il rendersi conto che ancora manca qualcosa per rimanerci, il coraggio e l’incoscienza. Ecco, quest’ultima magari no, ma Gasp è così: prendere o lasciare.
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