Pruzzo: "Roma-Liverpool è un lutto che non abbiamo ancora elaborato"
Roberto Pruzzo, il Bomber per eccellezza della Roma con la quale ha vinto anche uno scudetto nella stagione 1982/1983, è stato intervistato dall'edizione odierna de Il Foglio. Ecco uno stralcio delle sue parole:
Che ricordi ha dell'esperienza decennale alla Roma?
"Neppure lì all'inizio sono state solo rose e fiori. Il primo anno ce la siamo vista brutta, ma ero per così dire vaccinato. Poi, siamo diventati un gruppo granitico, con un fortissimo senso di identità e appartenenza. Il tempo è passato in fretta, eravamo diventati una bella famiglia unita, costruita dal presidente Dino Viola e da Nils Liedholm. Il Barone era, prima che un allenatore, un maestro di vita. Sapeva trasformare i concetti in azione. Ti metteva in testa una cosa e tu la facevi. La Roma è stata una famiglia, un modo di essere e di sentire, a cui resterò legato per sempre. Qualcuno, come Agostino Di Bartolomei e Aldo Maldera, non c'è più. È il gioco, prima bello e poi crudele, della vita. Qualche volta andiamo tutti a Roma per una rimpatriata. L'atmosfera che si respira nello spogliatoio è qualcosa che ti rimane dentro e basta rivedersi per tornare indietro, a quegli attimi condivisi, a quella voglia di spaccare il mondo, noi contro tutti gli altri, sentirsi forti, avere dei riferimenti, poter contare sulle persone che ti sono accanto, non sentirsi mai soli. L'amicizia è bella, anche se, rispetto agli altri, non sono mai stato uno da serate conviviali e festeggiamenti infrasettimanali".
L'attimo fuggente che l'ha lasciata senza fiato...
"Ci sono stati tanti gol che mi sono rimasti nel cuore. La rovesciata acrobatica contro la Juventus, la doppietta nella semifinale della remuntada contro il Dundee, ma quello segnato a Marassi che valeva lo scudetto è stato, fra mille altre, l'emozione più grande. Cross di Ago dalla sinistra, io che svetto di testa e do il colpo di grazia all'apoteosi. È stata una cavalcata trionfale, con quattro Coppe Italia vinte e il sigillo tricolore. Poi, c'è stato il contrappasso del dolore. Quella notte maledetta, con la Coppa dei Campioni sfumata ai rigori davanti alla nostra gente. Se avessimo vinto, ogni 30 maggio sarebbe stato una celebrazione, e, invece, a 42 anni di distanza, è una delusione che ci portiamo ancora addosso: un lutto che non abbiamo ancora elaborato".
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