Totti: "Senza me l'Italia non avrebbe vinto il Mondiale. Gente più scarsa ha guadagnato più di me"

Totti: "Senza me l'Italia non avrebbe vinto il Mondiale. Gente più scarsa ha guadagnato più di me"
Oggi alle 12:11Rassegna Stampa
di Luca d'Alessandro
Francesco Totti nella seconda parte dell'intervista al Corriere dello Sport: Ronaldo, Cassano, Maradona, Spalletti e la maglia numero 10 a Dybala.

Francesco Totti torna a raccontarsi sulle colonne del Corriere dello Sport. Nella seconda parte della lunga intervista concessa a Ivan Zazzaroni in occasione dei suoi 50 anni, l'ex capitano della Roma ha ripercorso la propria carriera parlando dei compagni più forti, degli allenatori, del rapporto con Luciano Spalletti e anche della possibilità di assegnare in futuro la maglia numero 10 a Paulo Dybala. Nel colloquio spazio anche a Ronaldo il Fenomeno, Maradona e al rapporto con la società giallorossa. Eccone un estratto:

Non eri un leader dello spogliatoio, si dice, ma di soluzioni.
«Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta».

Se non avessi partecipato al Mondiale 2006 non saresti stato un campione risolto.
«E non avrebbero vinto».

Il rigore con l’Australia, certo.
«Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento».

Il rimpianto?
«Avrei voluto giocare con Ronaldo il Fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol. A occhi chiusi».

Eri pigro. Altra leggenda?
«Ma io mi allenavo con tutta la squadra e facevo quello che dovevo fare. Certo, eh, il lunedì o il martedì facevo a parte per tutte le botte che avevo preso la domenica, un po’ di recupero».

Eri influente, in società.
«Influente... Voglio dire che giustamente incidevo, ma facevo il giocatore ed ero un giocatore importante, il capitano della Roma. È normale che avessi un peso specifico, un peso diverso da tutti gli altri. Però non facevo parte della tavola rotonda».

Il mancato inserimento in società da parte degli americani l’hai digerito?
«I matrimoni si fanno sempre in due».

Tu che parli di matrimoni.
«Vabbè, purtroppo succede. Ti sposi e ti lasci, inizio e fine come in tutte le cose, penso, no? Io ho lasciato un incarico da dirigente, tre anni di contratto e lo sottolineo. Se devo restare in società per non fare niente, mollo. Non rubo i soldi».

Se avessi dovuto lasciare la Roma in quale italiana saresti andato più volentieri?
«Al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato. Era una squadra bella da vedere, bella proprio».

Sei uno dei primi ad aver guadagnato cifre notevoli.
«Sì, ma c’era gente che guadagnava più di me. Ed era più scarsa di me. Pensa oggi quanto guadagnerei...».