Mancini racconta la sua passione per il ciclismo: "Dopo il problema al tallone mi dissero di andare in bici"

Mancini racconta la sua passione per il ciclismo: "Dopo il problema al tallone mi dissero di andare in bici"Vocegiallorossa.it
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Oggi alle 17:14Interviste
di Valerio Conti
Dal problema al tallone alla passione per le due ruote: il difensore giallorosso racconta come si è avvicinato al ciclismo

Gianluca Mancini si è raccontato ai microfoni di A Ruota Libera, format di Eurosport, soffermandosi sulla sua passione per il ciclismo. Il difensore della Roma ha spiegato come si è avvicinato alla bici, inizialmente anche per recuperare da un problema al tallone, parlando poi dei corridori che segue con maggiore interesse e delle similitudini che ha trovato tra ciclismo e calcio.

Abbiamo scoperto questa tua grande passione. Da dove nasce?
«Nasce da un mio amico che negli anni mi ha sempre detto che il ciclismo è uno sport bellissimo, sia da praticare sia da guardare. Ho iniziato seguendo con lui il Tour, il Giro d’Italia e altre corse. Poi, quando sono salito sulla bici, questa passione ha preso davvero piede. È uno sport che mi piace molto e, insieme al calcio, cerco di praticarlo ogni volta che posso. Sono contento di aver scoperto questa passione».

Mi raccontavi che la bici è arrivata anche in seguito a un infortunio, giusto?
«Sì. L’anno scorso ho avuto un problema al tallone e, alla fine del campionato, insieme ai preparatori della Roma abbiamo deciso che durante le vacanze non avrei ricominciato subito a correre. Mi dissero di andare un po’ in bicicletta. Ho chiamato subito il mio amico Simone e gli ho detto: “Simo, devo andare in bici”. Gli si sono illuminati gli occhi. Siamo andati in un negozio, abbiamo noleggiato una bici e preso scarpe, casco, occhiali, tutto quello che serviva».

Alla prima uscita li hai lasciati tutti indietro?
«La prima con Simone e con mio suocero, che è anche lui appassionato di ciclismo. Siamo andati nella zona di Forte dei Marmi. Abbiamo fatto 40 chilometri e circa 400 metri di dislivello. Simone faceva il furbo, non mi diceva quanto mancasse alla fine. A un certo punto ho abbassato la testa, non ho più parlato e sono andato fino in cima. Lui poi mi disse che non pensava sarei riuscito a staccarlo. È lì che ho iniziato a capire davvero la fatica. In totale sarò uscito una decina di volte con loro».

Adesso, però, la bici è di un altro livello.
«Sì. Volevo la bici di Mathieu van der Poel, la Canyon, anche con dei colori che ricordano un po’ quelli della Roma. Abbiamo messo il cambio elettronico. Avevo una corona da 52 e ne ho messa una da 54 perché la 52 mi sembrava troppo leggera. Mi hanno cambiato praticamente tutto. Il gruppo con cui esco è composto da persone molto appassionate, gente che va in bici tutti i giorni. Mi danno continuamente consigli su cosa migliorare, anche dal punto di vista fisico».

È un gruppo che ricorda un po’ quello di una squadra di calcio? Alla fine la cosa principale è divertirsi.
«Sì, quella deve essere la prima cosa. Divertirsi, uscire insieme, parlare e poi affrontare le salite. Abbiamo l’app Strava, quindi guardiamo i segmenti, i secondi, chi è arrivato prima e chi dopo. Però la cosa bella è stare insieme, fare sport, fermarsi al bar, prendere un caffè, una crostata, ripartire, affrontare le salite e poi arrivare in cima e vedere il panorama. È un bel gruppo e ognuno ha il suo ruolo. Simone è il capitano, ma è anche il più lento di tutti. Dobbiamo aspettarlo in cima. Non è come nel ciclismo professionistico, dove il capitano ha la squadra che lavora per lui e poi parte nel finale. Da noi il capitano è quello più lento».

Sei toscano, nato a Pontedera e cresciuto a Montopoli. Da quelle parti c’è una grande tradizione ciclistica. Hai avuto modo di conoscere qualche corridore professionista?
«L’unico che ho incontrato quest’estate è stato Mario Cipollini, in Versilia. Ci siamo incrociati mentre eravamo in bici, ci siamo presentati e ci siamo fermati al bar a prendere un caffè. Da piccolo, invece, vedevo Nibali».

Qual è stata la salita più dura che hai affrontato fino a questo momento?
«Il Cipollaio. È lunga ma abbastanza regolare, quindi va bene anche per allenarsi. Però è lunga e dopo un po’ la fatica si sente. Ho fatto anche il Passo Croce: circa 6,5 chilometri con una pendenza media dell’8,5-9%. Quella è stata dura. Quando sono arrivato in cima, però, ero soddisfatto perché ce l’avevo fatta con le mie forze».

Quali similitudini hai trovato tra ciclismo e calcio?
«Sono due sport molto diversi. Per fare un esempio, quando vai in bici pedali, sali e, almeno per quello che ho provato io, senti la fatica in maniera diversa. Correre secondo me ha un impatto fisico maggiore. Anche per quanto riguarda il contatto fisico è completamente diverso. In bici devi stare attento, ma il corpo compie movimenti differenti rispetto alla corsa. Vedo ciclisti che pedalano da tutta la vita e tengono le gambe vicinissime. Io quando pedalo sembro un elefante, allargo la gamba. Però nelle salite veramente dure senti bruciare le gambe in una maniera che sul campo, correndo, non senti. Per quanto riguarda il fiato, invece, se fai una corsa intensa oppure affronti una salita dura in bici senti comunque il cuore lavorare. Una cosa simile secondo me è la testa. Un corridore durante una salita tante volte avrà la testa che gli dice: “Molla, fermati”. Però continua e supera quel momento. Anche nel calcio, durante un allenamento o una partita, arrivi a un punto in cui devi andare oltre. Dal punto di vista mentale vedo molte similitudini. Devi avere una grande forza per raggiungere determinati obiettivi».

Oltre a Van der Poel, che ormai abbiamo capito essere uno dei tuoi preferiti, quali corridori ti piacciono? C’è qualcuno che vorresti incontrare?
«A livello italiano Filippo Ganna è un atleta che mi piace molto guardare. Ha delle gambe incredibili. Adesso sto seguendo anche Lorenzo Finn. Un altro che mi piacerebbe conoscere è Del Toro. Mi piace molto vederlo andare in bici e mi piace il suo modo di correre. A volte sembra sparire e poi improvvisamente torna davanti fortissimo. Mi è capitato di vederlo apparentemente finito e poi risalire molto forte».

E Pogačar?
«Pogačar è il top del top. Quando lo guardi fare quello che fa, fa venire la pelle d’oca anche a chi non segue il ciclismo. È il numero 1».

Segui anche le nostre telecronache?
«Sì, vi seguo. Imparo anche molto dalle vostre telecronache perché raccontate e spiegate bene quello che succede. È un piacere ascoltarvi mentre guardo un Tour o qualsiasi altra corsa».

Quando riesci a guardare le corse con gli impegni del calcio?
«Quando posso. Se c’è una corsa e non riesco a guardarla perché mi sto allenando, controllo la chat del gruppo e a quel punto vado a recuperare la replica. Il Tour de France riesco a seguirlo perché coincide con il nostro periodo di preparazione. Ci alleniamo la mattina e poi abbiamo qualche ora di riposo, quindi riesco a guardarlo. Quando posso vi seguo in diretta, altrimenti recupero le repliche».

Preferisci le corse di un giorno, quindi le Classiche, oppure le corse a tappe?
«Non ne ho una in particolare. Devo dire che forse preferisco le corse di un giorno. La Milano-Sanremo è quella che mi ha fatto veramente innamorare del ciclismo. È stata bellissima da guardare. Il giorno dopo avrei voluto vedere subito un’altra corsa. Era la Milano-Sanremo vinta da Van der Poel. Però anche le corse a tappe sono bellissime. Penso all’ultimo Tour de France, alla rimonta di Pogačar e a tutta quella gente sull’Alpe d’Huez. È emozionante».

Riesci già ad avere anche un occhio tattico? Per esempio, tornando alla Sanremo vinta da Van der Poel, hai pensato a cosa avrebbe potuto fare Ganna?
«A dire la verità no, perché quella è stata una delle prime corse che ho visto. Forse, se Ganna avesse la tirava secca a Van der Poel fino in fondo, oggi magari ti avrei risposto Filippo Ganna come mio corridore preferito. È un po’ come un bambino che va allo stadio per la prima volta e vede un giocatore segnare al novantesimo. È chiaro che quel bambino conserverà quel ricordo. Adesso riesco un po’ di più a capire certe cose, anche se non voglio mettermi a fare il critico perché devo ancora imparare. Quando vai in bici da un po’ inizi a comprendere alcune dinamiche e puoi dire la tua, sempre nei giusti limiti. Magari, se Ganna fosse riuscito a mettersi dietro Van der Poel, avrebbe avuto qualche possibilità».

Tu giochi con il numero 23. Da dove nasce la scelta?
«Da Marco Materazzi. In campo ci trasformiamo, non si scherza. Nel 2006 avevo dieci anni, l’Italia vinse il Mondiale e Materazzi segnò il gol dell’1-1 in finale e poi il rigore. Fece un Mondiale bellissimo. Mi piaceva per il modo di giocare e per la personalità che aveva dentro e fuori dal campo. Ho avuto anche il piacere di conoscerlo. Poi c’è Michael Jordan, un altro mio idolo sportivo e credo non solo mio. Per la mentalità, la leadership, per il modo in cui trascinava la squadra. Ricordo che mia madre mi metteva a letto e mio padre poi veniva a svegliarmi perché c’era una partita NBA da vedere. Il 23 è poi diventato anche il giorno del mio fidanzamento e del mio matrimonio con mia moglie. È un numero importante nella mia vita».

Da bambino, invece, com’è iniziato il tuo rapporto con il calcio?
«Più che darmi un pallone, me lo prendevo da solo. Da quello che mi raccontano mio padre e mia madre, se non c’era un pallone giocavo con un tappo di bottiglia, un secchio, uno straccio. Qualsiasi cosa potessi calciare o tirare contro un muro diventava un pallone. Non ho mai ricevuto troppe pressioni dalla mia famiglia. Ho iniziato nella squadra del paese, insieme agli amici. A nove anni si interessò la Fiorentina e, parlando con mio padre, iniziai quel percorso. Sono rimasto nel settore giovanile della Fiorentina dai nove ai diciannove anni. Lì sono cresciuto come calciatore e come uomo, perché quando inizi così presto cresci anche molto più velocemente. È stato comunque tutto molto tranquillo, senza troppe pressioni. Alla base di tutto deve esserci il divertimento e il piacere di farlo».

Da piccolo avevi già avuto qualche contatto con il ciclismo?
«Sì. Avevo un vicino che faceva gare a livello amatoriale. Partivamo in macchina con mio padre, andavamo sulle salite e ricordo che passavo le borracce ai corridori quando arrivavano. Vedevo anche tanti che si attaccavano al finestrino della macchina per farsi tirare perché facevano una fatica enorme. Ho questi ricordi. Da bambino non riuscivo a distinguere tra professionisti, amatori o altre categorie. Per me erano semplicemente uomini in bicicletta che facevano una fatica enorme. Quindi mi sembrava importante aiutarli in quel momento».

Sei mai andato a vedere una corsa dal vivo?
«Mai».

Allora devi prometterci che lo farai. Magari proprio al Tour de France.
«Il Tour de France mi piacerebbe. Parte a inizio luglio e io generalmente comincio la preparazione intorno al 10 luglio, quindi potrebbe esserci la possibilità».

Sulle discese.
«Ho paura. Sto attaccato ai freni. Nelle ultime uscite ho preso un po’ più di confidenza, però quella paura rimane. Mi dico sempre di andare piano e di non rischiare niente. Le prime volte era quasi imbarazzante».

Se dovessi associare i ciclisti di oggi a dei ruoli calcistici, come li sistemeresti?
«Pogačar potrebbe giocare in una posizione offensiva. Quindi trequartista, in quelle zone lì. Del Toro potrebbe fare il difensore come me. Van der Poel a centrocampo. Carapaz lo vedrei come terzino, uno che va su e giù continuamente. Van Aert potrebbe fare il centrocampista, magari davanti alla difesa oppure mezzala».

Proviamo allora a fare una formazione. Chi mettiamo in porta?
«Serve uno grosso. Metterei Ganna. È grande e potrebbe essere un bel portiere».

In difesa?
«Carapaz terzino destro. Poi mi metto anche io e Del Toro centrali. A sinistra Adam Yates, lo vedo bene sulla fascia».

A centrocampo?
«Van Aert, Pogačar ed Evenepoel».

E davanti?
«Pedersen, Vingegaard e Van der Poel come bomber».

Ultima cosa. Visto che siamo a Trigoria, associamo alcuni grandi giocatori della Roma a un ciclista. Bruno Conti?
«Evenepoel».

Aldair?
«Francesco Moser».

Falcao?
«Marco Pantani».

Daniele De Rossi?
«A lui do il mio preferito: Van der Poel. Li vedo molto simili, ognuno nel proprio sport».

E Francesco Totti?
«Totti è il più forte di tutti. Quindi Pogačar».