Che fine ha fatto - Michael Bradley

12.09.2020 16:30 di Alessandro Pau Twitter:    Vedi letture
Fonte: Redazione Vocegiallorossa - Alessandro Pau
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Che fine ha fatto - Michael Bradley

Proveniente dal New Jersey, Stati Uniti, non esattamente la patria del “soccer”: sono pochi i calciatori a stelle e strisce che sono riusciti a costruirsi una carriera degna di nota, ma Michael Bradley, protagonista odierno di Che fine ha fatto, nonostante non sia un fuoriclasse ha saputo affermarsi sia con le maglie dei club che, in particolar modo, con quella della propria selezione, complice anche l’influenza di papà Bob, allenatore da ormai quarant’anni.

La sua vita viene subito segnata dalla presenza del calcio. Da bambino infatti segue il padre nei suoi spostamenti. Quando Bob Bradley allena i Chicago Fire, il piccolo Michael gioca nelle giovanili dei Chicago Sockers. Passa in Florida all’IMG Soccer Academy, la struttura in cui si allena l’U17 statunitense. A 16 anni poi entra nel SuperDraft divenendo a tutti gli effetti professionista: a pescarlo è il New York Metros, allenato, guarda un po’, da suo padre. La prima stagione la passa ai box per un infortunio al piede, ma nella successiva gioca ben 32 partite e firmando anche una rete di testa, un paio di settimane dopo l’esonero di papà Bob.

A 18 anni ormai Michael cammina da solo e prende la sua strada. Ceduto nei Paese Bassi all’Heerenveen nel gennaio del 2006, diventa il calciatore più giovane della Major League Soccer a essere ceduto al di fuori del campionato. I primi mesi in Eredivisie gli servono per prendere confidenza con un calcio diverso da quello al quale è abituato. Vede il campo solo 5 volte, ma nella stagione successiva impone la sua presenza con 25 apparizioni totali, continuando però a mostrare la sua scarsa propensione offensiva non trovando mai il gol. Nell’estate del 2007 succede però qualcosa: col ritiro di Bosvelt, Bradley diventa il titolare in mezzo al campo. Forse per la responsabilità dell’eredità che gli è piombata sulle spalle, forse per “colpa” di un Heerenveen capace di segnare ben 88 reti in campionato in 34 partite (secondo miglior attacco stagionale), fatto sta che Bradley sovverte ogni possibile pronostico e si attesta in quinta posizione nella classifica marcatori dell’Eredivisie 2007/08 con ben 15 marcature. Questo gli permette anche di diventare il calciatore statunitense in grado di segnare più reti in un solo campionato. Per comprendere meglio la straordinarietà di questo evento, basta pensare che in quella stagione Michael Bradley ha messo a segno circa un terzo di tutti i gol della sua carriera in squadre di club!

Questo exploit gli permettere di essere notato da tanti club europei: saltato il passaggio al Birmingham City per questioni legate al contratto, firma per 4 anni col Borussia Mönchengladbach. Gioca e segna con costanza nelle sue due prime stagioni tedesche. Nella terza, invece, nonostante le ottime prestazioni che sta avendo, nel mercato di gennaio viene ceduto in prestito in Inghilterra all’Aston Villa. Lascia così il ‘Gladbach con 81 partite e 11 reti messi a segno.

La sua avventura nella Terra d’Albione è molto sfortunata: ottiene solo 4 presenze totali e a fine stagione se ne va senza pensarci due volte. O meglio, una possibilità ci sarebbe: quella di vedere il tecnico McLeish rinnovare il suo contratto con l’Aston Villa, ma il suo rifiuto lo porta ad abbandonare. Non torna in Germania, se non per l’estate, perché il 31 agosto lo preleva il Chievo Verona, portandolo in Italia. Con la maglia clivense riesce fin da subito a mettersi in mostra, tanto che termina il campionato con 35 partite giocate. L’unica rete in maglia gialloblù la mette a segno contro il Catania, la stessa squadra contro cui, qualche mese dopo, esordirà in maglia giallorossa.

Infatti, conclusa la sua prima stagione in Italia, la quarta nazione europea diversa in cui ha giocato, Michael Bradley viene prelevato dalla Roma di mister Zeman per 3,25 milioni di euro, divenendo il primo calciatore statunitense a vestire la maglia giallorossa. In una conferenza stampa, a proposito di questo dato e della presidenza americana ha affermato: "Il calcio è certamente un fenomeno in crescita negli Stati Uniti. La filosofia di vita e la cultura sono diverse il calcio non sarà mai grande come in Europa. Ma la Roma già suscita un buon interesse. Visti i tanti italoamericani, c'è un enorme potenziale che piace al club". Nella prima annata è uno dei centrocampisti in rosa che gioca maggiormente, con 30 presenze condite anche da un gol. La seconda si apre molto bene, con i giallorossi di Rudi Garcia che vincono le prime 10 partite di Serie A, anche grazie all’aiuto di Bradley che firma il gol vittoria contro l’Udinese alla nona giornata. Nel 2014, proprio durante la sua esperienza a Roma, viene inserito da Forbes nella lista delle 30 persone famose U30 più influenti del mondo. Nonostante questo, nel mercato di gennaio viene ceduto al Toronto per fare spazio a Radja Nainggolan.

Sulla sua cessione, ai microfoni del New York Times dichiarato: “In giallorosso stavo benissimo, ma purtroppo non giocavo abbastanza. Così ho preferito cambiare aria: ora sono in un club che mi dà la possibilità di mettermi in mostra ogni giorno. Non ho rimpianti, sono felice della scelta che ho fatto”, aggiungendo poi a La Gazzetta dello Sport: “A Roma ho trascorso un anno e mezzo importante, che mi ha fatto crescere, così come mi hanno fatto crescere tutte le esperienze in Europa. Ma ho scelto il Toronto perché posso giocare con continuità. Sono pronto a giocare e anche a divertirmi, visto che si tratta sempre di un gioco. La pressione? Non era un problema a Roma e non lo è qui. Non mi spaventa".

Passa dunque al club canadese che milita nella MLS, il massimo campionato di calcio americano. Sul suo trasferimento dice: "Toronto? È accaduto tutto molto in fretta, si è trasformata da idea e piccolo interesse a realtà. Quando ho sentito di questo interessamento ho parlato con la dirigenza del Toronto, capendo che si sarebbe potuto fare qualcosa di speciale qui, sono motivati. Voglio far parte di questa crescita. Questa è stata un'opportunità che non volevo lasciarmi scappare. Se mi aveste chiesto qualche anno fa se sarei tornato in MLS in questo momento probabilmente avrei risposto di no. Se c'è la motivazione c'è tutto, vuoi essere in un posto dove sei apprezzato. Un'ulteriore sfida per migliorarmi? Come ho sempre fatto, da quando avevo 14 anni. La MLS forse non è al livello ancora dei migliori tornei d'Europa, c'è ancora un po' di lavoro da fare, ma è un campionato competitivo. Ci sono più squadre, più tifosi, più attenzioni rispetto a quando me ne sono andato. Sono qui per migliorare, come sempre", le sue dichiarazioni rilasciate a Goal USA e riportate da goal.com. Intervistato poi dal sito della FIFA in vista dei Mondiali del 2014 afferma: “Questo è un campionato diverso. Dagli stadi di proprietà, ai proprietari, all'atmosfera: tutto è diverso. Per me è molto emozionante essere tornato in Nord America. Sto bene e sono entusiasta del mio rientro in MLS. Sto lavorando per migliorarmi ed essere in forma per i Mondiali”.

La maglia del Toronto per Michael Bradley diventa man mano come una seconda pelle. Ancora oggi gioca in questo club, in cui con gli anni è diventato Capitano, leader e trascinatore. Centonovantasette partite e tredici gol non sono pochi, soprattutto se a questi si aggiungono i diversi trofei conquistati. Tre campionato canadesi consecutivi (dal 2016 al 2018), una MLS Supporters’ Shield nel 2017 e, il più prestigioso, una MLS, sempre nel 2017. Strano ma vero, questi sono gli unici trofei vinti da Bradley con un club in tutto il corso della sua carriera.

Qualche Coppa l’ha alzata anche con la maglia della Nazionale a stelle strisce, anche qui con la fascia di Capitano al braccio. Per ben 4 volte è arrivato a giocarsi la Gold Cup all’ultimo atto: due vittorie (2007 e 2017, l’anno d’oro di Bradley), e due sconfitte (2011 e 2019), che si sommano all’argento ottenuto in Confederations Cup nel 2009. Con ben 151 presenze è il terzo calciatore statunitense ad aver giocato più partite in nazionale, a -12 dalla vetta occupata da Cobi Jones.

Oggi, quindi, il Capitano del Toronto FC e della Nazionale Statunitense vive a Toronto con la sua famiglia composta dalla moglie Amanda, una tennista, il primogenito Luca di 7 anni e la seconda figlia Quin Elle di 5. Secondo networthcloud.com Bradley vive in una proprietà di oltre 6mila metri quadrati dal valore di ben 5 milioni di dollari e spende il 30% dei suoi guadagni in automobili di lusso, beni che lo rendono uno dei calciatori più ricchi della sua nazione.