In un contesto dove ha funzionato solo la restaurazione c'è voglia di una rivoluzione senza garanzie di successo
Roma è la città eterna, così come sembrano eterne le rivoluzioni giallorosse in ambito calcistico. Dopo quasi 20 anni di gestione made in USA, rivoluzione è probabilmente il termine più usato a partire dalla primavera. Basta leggere gli archivi di Vocegiallorossa per trovare editoriali sulle rivoluzioni messe in pratica da Pallotta, l'ultima nel 2019, anno transitorio per il passaggio di proprietà e l'ingresso nell'era Friedkin nell'agosto del 2020. Sei anni dopo, la batosta contro l'Inter che ha quasi sancito l'ennesimo fallimento nel tornare in Champions League da quel Porto-Roma e quell'eliminazione agli ottavi di finale che furono considerati un fallimento tale da esonerare Di Francesco (per far capire come fossero nettamente più alti gli standard della squadra), ha fatto insorgere nuovamente i tifosi nel chiedere una sorta di tabula rasa. La ricetta è semplice: basta eliminare una serie di giocatori con cui la Roma non è riuscita a centrare l'obiettivo prefissato. L'equazione sembra abbastanza facile. La colpa è dei calciatori.
Tuttavia non è proprio così, perché andando a vedere le varie campagne acquisti, si può notare come la maggior parte dei calciatori arrivati a Trigoria, soprattutto quelli costati parecchi milioni, non abbiamo soddisfatto le aspettative. Dal 2020 al 2026 più che le rivoluzioni hanno funzionato le restaurazioni: i due anni di Mourinho che hanno portato alla vittoria della Conference League e alla finale di Europa League persa ai rigori (e sappiamo tutti come), la gestione Ranieri della passata stagione. Il tutto giocando un calcio decisamente vecchio stile. Per il resto non c'è mai stata la volontà di una vera e propria rivoluzione da parte di chi ha gestito la squadra, tra presidenza e uomini scelti dalla presidenza nel comporre una squadra competitiva e allo stesso tempo tentare di risanare i bilanci, passando dalla ricerca dei giocatori svincolati da instant team a una politica nuova con Ghisolfi, durato appena una stagione, fino alle difficoltà di Massara. La famiglia Friedkin è sempre stata di poche parole, ma con l'orecchio sempre pronto ad ascoltare la vox populi giallorossa. Pochissimi gli episodi di contrasto, giusto forse l'esonero di De Rossi (con qualche postilla per Mourinho e Gasperini). La domanda al momento è la seguente: la Roma ha la forza economica e la capacità di adoperare una rivoluzione positiva in vista dell'anno del centenario? Perché allora non l'ha fatto già in questa stagione, considerata l'anno di transizione per ripartire? Andando a sentire le parole di chi sarà alla guida della squadra anche la prossima stagione, tutta questa rivoluzione non è necessaria, anzi, ha ammonito tutti dicendo che magari il sesto posto, senza i vari Pellegrini e Cristante sarebbe potuto essere il dodicesimo. Viste le premesse, una rivoluzione che le calcio è sinonimo dell'altra grande parola chiave: progetto, è più un rischio che un sinonimo di miglioramento. Come cantavano i Beatles: "Mi dici che vuoi una rivoluzione, mi dici che hai una soluzione, bene, tutti vogliamo vedere il piano".
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