Maldera: "Luis Enrique deve capire che in Italia, oltre al bel gioco, contano i risultati e la praticità. Spero possa aprire un ciclo con la Roma"

20.11.2011 14:24 di Simone Francioli   vedi letture
Fonte: magicfootball.eu
Maldera: "Luis Enrique deve capire che in Italia, oltre al bel gioco, contano i risultati e la praticità. Spero possa aprire un ciclo con la Roma"
Vocegiallorossa.it
© foto di Andrea Pasquinucci

Aldo Maldera, protagonista di tre campionati con la casacca della Roma, (vincendo lo Scudetto della stagione 1982/1983) ha rilasciato una lunga intervista a magicfootball.eu, nella quale parla di Luis Enrique, di Daniele De Rossi e di alcuni momenti relativi ai suoi trascorsi giallorossi:

L’Aldo Maldera calciatore è stato protagonista di due tra gli scudetti  maggiormente ricordati dagli sportivi italiani. In entrambi i casi a guidarlo dalla panchina c’era Nils Liedholm, prima nello Scudetto della stella del Milan nella stagione 1978/79 e poi in quello della Roma dell’annata 1982/83. Qual è dei due quello a cui è rimasto maggiormente legato?

“Ritengo che siano stati entrambi  due scudetti importantissimi ed è difficile tra i due sceglierne uno. A Milano ero giovane, giocavo in Nazionale e feci 10 goal, che risultarono peraltro tutti quanti determinanti per la conquista di quel titolo. Il Milan era la mia casa, arrivai li quando avevo appena 12 anni, vincere il campionato fu dopo tanti anni il coronamento di un sogno. Alla Roma sono arrivato a 29 anni e il mio primo impatto non fu affatto semplice, perché la gente era scettica e mi vedeva come un uomo portato li dal “Barone” Nils Liedholm. Quest’ultimo ritengo che sia stato un grande insegnante di calcio, quando arrivai nella capitale non seppi dire di no ne a lui ne alla Roma stessa. Quella Roma li era una squadra che giocava a zona concigliandosi in pieno con le mie caratteristiche tecnico tattiche. C’erano buone possibilità di fare qualcosa di veramente importante, eravamo davvero forti ed in più anche accompagnati da un pubblico fantastico”.

Con il Milan oltre a vincere lo Scudetto che abbiamo citato in precedenza hai assaporato anche l’ebbrezza negativa della Serie B. La squadra rossonera in quella circostanza fu retrocessa a seguito del primo grande scandalo legato al calcioscomesse. Cosa ti spinse in quella circostanza nella stagione 1980/81 ad accompagnare il Milan nella sua prima avventura assoluta nella serie cadetta ?

“Rimasi al Milan perché ero ancora molto giovane e c’era la prospettiva di risalire subito in Serie A come poi è accaduto. In quella circostanza restò anche Fulvio Collovati, eravamo nati entrambi nel Milan e ritenemmo opportuno rimanere. Quando retrocedemmo invece sul campo lui si trasferì  all’Inter nello stesso momento in cui io approdai alla Roma. A quel punto li avevo personalmente bisogno di staccare la spina con la città e di tentare un’avventura fuori Milano. A Roma ho passato tre anni fantastici e sono contento che sia servita anche la mia esperienza per conquistare uno Scudetto ed una Coppa Italia”.

Come mai  a tuo giudizio allo stato attuale  c’è molto meno attaccamento alla maglia da parte dei calciatori rispetto ai tuoi tempi?

“E’ dovuto al fatto che sono aumentati gli ingaggi e conseguenzialmente un calciatore ora valuta più aspetti. Recentemente ho sentito parlare ad esempio di un’offerta del Manchester City per De Rossi, è chiaro che nello specifico il giocatore possa pensarci e valutare eventualmente una proposta di tale portata. Daniele a Roma se non sbaglio guadagna intorno ai 4 mln, mentre al City ne guadagnerebbe 9 con anche ambizioni maggiori, io sono dell’idea che qualora rifiutasse una proposta così importante è solo perché vuol dire che a Roma sta proprio bene e non cerca altro. Ai miei tempi non esistevano certe cifre da capogiro come quelle di cui stiamo parlando, inoltre io rimasi per lungo tempo al Milan perché mi sentivo proprio a casa e li peraltro ci aveva giocato anche mio fratello”.

Nella stagione 1983/84 arrivò il culmine della tua carriera in quanto la Roma fu capace di arrivare fino alla finale di Coppa dei Campioni. L’avversario che la squadra giallorossa ebbe nell’ultimo atto di quella manifestazione furono gli inglesi del Liverpool, squadra che poi ebbe la meglio su di voi ai calci di rigore. Cosa mancò veramente alla Roma in quella notte dell’Olimpico per avere la meglio sui Reds e salire sul gradino più alto d’Europa ?

“E’ mancato Maldera che non giocò quella finale (ride, ndr). Nella semifinale di ritorno contro il Dundee rimediai una stupidissima ammonizione che mi impedì di giocare la finalissima. La partita la vidi su una delle panchine che erano a bordo campo e posso dirti senza problemi che in quella gara ci furono molte situazioni strane. Il goal con cui passò in vantaggio il Liverpool era viziato da un fallo su Tancredi, poi pareggiammo con Pruzzo che in seguito fu costretto ad abbandonare il campo, così come Cerezo che fu colpito dai crampi. Fu un grande rammarico anche perché avevamo la possibilità di giocare quella finale nel nostro stadio a Roma. Loro probabilmente hanno avuto la meglio su di noi perché erano più abituati a giocare gare di un certo tipo e di conseguenza a gestire meglio certe pressioni”.

Hai appena parlato anche della semifinale di ritorno di quell’edizione della Coppa dei Campioni contro gli scozzesi del Dundee. Quella partita lo scorso anno è tornata agli onori delle cronache per una presunta combine tra l’arbitro Vautrot e Dino Viola. Tu ci hai appena peraltro dichiarato che il direttore di gara francese in quella circostanza ti redarguì, che pensiero hai quindi in merito?

“Per quanto concerne l’episodio che mi impedì di disputare la finale, all’incirca un minuto prima Bruno Conti rimediò un fallo e l’arbitro ammonì un giocatore del Dundee, probabilmente  nonostante la lieve entità del mio intervento io fui ammonito per compensare  quell’episodio li. Sulla gara in se dico che noi già nella partita di andata potevamo fare 3 goal agli scozzesi, anche se poi fummo sfortunati e perdemmo 2-0. Non voglio entrare in certe discussioni, ma io personalmente non credo a quanto è stato detto su Dino Viola, anche perché ho pienamente in mente il fatto che noi nella partita di ritorno con il Dundee giocammo una gara praticamente perfetta”.

Aldo Maldera nell’arco della sua carriera aveva la fama di terzino goleador. Chi attualmente nel calcio di ora gli si avvicina di più in quanto a caratteristiche tecniche?

“Il calcio è cambiato e non saprei dirti quindi un elemento specifico che si avvicina a me quando ero giocatore. Penso però che il Maldera calciatore si sarebbe potuto ben adattare al calcio di ora e avrebbe potuto dire la sua anche adesso. Io nascevo centrocampista, per poi giocare terzino sinistro, ed ero dotato di un ottimo tiro da fuori. Credo che ora come ora ci sia anche carenza di terzini, mentre ci sono tanti difensori centrali fortissimi, ed inoltre rispetto ai tempi in cui giocavo io  tantissime squadre adesso giocano con una difesa a 3″.

Parlando della Roma attuale a tuo parere Luis Enrique è l’uomo giusto per il nuovo corso giallorosso?

“Da quando è arrivato lui sono cambiate tantissime cose e mi sembra che i giocatori siano contenti di lavorarci assieme. La Roma quando è in possesso palla ritengo che sia una squadra molto bella da vedere, ma il mister deve iniziare a capire che in Italia oltre al bel gioco conta anche il risultato e la praticità. La squadra quando è in fase di non possesso noto che in alcuni movimenti è ancora incompleta. A Novara nonostante la vittoria abbiamo avuto un esempio pratico di ciò che sto dicendo, quindi il mio augurio è che si possa sovvertire questo aspetto e che la Roma riesca ad aprire un nuovo ciclo insieme a Luis Enrique e con dei giocatori giovani e importanti”.

In casa Milan invece sul campo e fuori è sempre protagonista Zlatan Ibrahimovic. Cosa ne pensi in primis della sua esclusione dai candidati al Pallone d’Oro, oltre che delle bombe ad orologeria lanciate a Guardiola all’interno della sua reclamizzatissima autobiografia?

“Ibrahimovic ho avuto modo di conoscerlo quando ero in Grecia ed anche grazie a mio nipote Andrea Maldera che lavora nel Milan nello staff di Allegri. Tra i tanti giocatori che ha il Milan lui è quello che è in grado di fare in maggiormente la differenza. Attualmente nel campionato italiano ritengo che lui e Klose siano i giocatori che possono influire maggiormente sull’economia di una partita. Ad Ibra non riesco a trovargli nessun difetto calcisticamente parlando, è alto quasi due metri, è in grado di fare molti goal, ed infine trovo che abbia anche una grande personalità. Non riesco a capire obiettivamente il perché della sua esclusione dai candidati al Pallone d’Oro, mentre per ciò che concerne il suo rapporto con Guardiola ai tempi del Barcellona, credo che il tutto nasca dal fatto che sono due persone con due caratteri completamente differenti. Io personalmente ho grande rispetto verso entrambi, in quanto ritengo Ibra un fuoriclasse senza peli sulla lingua e Guardiola un ottimo allenatore”.

Di recente c’è stato anche un importante tributo in favore del tuo ex compagno Agostino Di Bartolomei attraverso un film documentario sulla sua vita. Qual’è il tuo ricordo più indelebile dell’uomo e del calciatore che è stato con te alla Roma?

“Sono tanti i ricordi che mi legano a lui. Agostino era nato a Roma ed era il capitano di quella grande squadra con cui ebbi la fortuna di giocare. Nonostante fosse una persona molto introversa, il nostro era un rapporto di grande stima reciproca, anche perché quando arrivai alla Roma si mise subito a mia disposizione. A mio parere è stato un grande giocatore, nell’anno dello Scudetto si mise a fare il centrale di difesa, viste le presenze a centrocampo di altri grandi giocatori come Ancelotti, Cerezo e Prohaska. Lui era uno che nel calcio già vedeva avanti e sinceramente visto il legame tra lui e la Roma me lo immaginavo in giallorosso anche in vesti dirigenziali. Non vorrei essere frainteso, ma credo purtroppo che qualcuno non sia stato in grado di capire le idee che lui avrebbe magari voluto proporre. Ci sono rimasto davvero male per come si è conclusa la sua vita”.

Tornando infine all’attualità, la Fiorentina che è stata un’altra delle tue ex squadre ha esonerato di recente Sinisa Mihajlovic per affidare la panchina a Delio Rossi. A tuo modo di vedere va inquadrata come una scelta giusta o sbagliata?

“Firenze ritengo che sia una piazza molto particolare. Sono dell’idea che Sinisa non è mai stato amato sin dall’inizio dai fiorentini, che reputo davvero micidiali quando non ti vedono di buon occhio già di partenza. Considero Mihajlovic un ottimo allenatore, in quanto giovane e dotato di quella mentalità vincente che lo caratterizzava anche da calciatore. Penso che sia stato un vero peccato non avergli concesso fino in fondo la possibilità di dimostrare a pieno il suo valore, visto che peraltro è stato anche molto sfortunato su più aspetti nella sua avventura in viola. Delio Rossi è anche lui un tecnico che stimo tanto, forse caratterialmente un po’ pignolo, però credo che possa essere veramente l’uomo giusto per la Fiorentina. Sono convinto che potenzialmente può cambiare qualcosa anche in termini di risultati e che sia veramente il personaggio giusto in grado di piacere anche ai tifosi”.