Ettore Viola: "A mio padre è mancato l'appoggio della politica per fare lo stadio"
Ettore Viola, ex dirigente della Roma, è intervenuto alla trasmissione “Bar Forza Lupi” sull’emittente Radio Bruno 101.5 FM, parlando dello Stadio della Roma.
Alla Roma del presidente Dino Viola, oltre alla vittoria della Coppa dei Campioni, è mancato solo lo stadio di proprietà. Fu lui il primo ad avere quella intuizione.
“Avere una casa propria in cui poter giocare eleva tanto, mio padre lo considerava fondamentale. In quel periodo, come sindaco di Roma, c’era Petroselli, il quale, probabilmente, fu l’unico ad abbracciare il desiderio di mio padre di realizzare lo stadio; purtroppo, però, morì. Un altro che, successivamente, provò ad appoggiare l’idea fu Carraro ma, quella volta, morì mio padre. E così quel desiderio rimase chiuso nel cassetto. Mio padre non voleva fare alcun business personale. Tutto ciò che gli addetti ai lavori avessero scelto, sarebbe stato realizzato senza interferenze da parte sua. Mio padre non aveva alcun interesse speculativo. In quel periodo c’era, però, la DC di sinistra che vedeva di malocchio tutto ciò che mio padre faceva”.
Quindi, che cosa è mancato a Viola rispetto ai Friedkin, l’appoggio della politica?
“Assolutamente sì. Mio padre era un personaggio importante e permettergli di realizzare lo stadio stonava in quel periodo. Peggio ancora quando divenne senatore. Eppure lui voleva realizzare lo stadio unicamente per far felice il popolo dei tifosi romanisti. Ora finalmente ci siamo arrivati. Anche se mi sarebbe piaciuto di più se lo avesse fatto mio padre: non per mia vanità, ma perchè sarebbe stato più giallorosso”.
Oltre all’idea c’era anche un progetto, un terreno?
“Io sono pieno di progetti. Se un giorno venite a casa mia, che era la casa dei miei genitori, sono inondato dai progetti di tutti i tipi: con il tetto smontabile, col terreno che entra dentro… Praticamente, mio padre faceva un progetto all’anno. Sono tutti belli. Ricordo un terreno sulla Magliana, vicino al Grande Raccordo Anulare, che gli fu sistematicamente bocciato. Non era lui a scegliere il terreno, gli venivano suggeriti dai vari sindaci. Mio padre se ne innamorava subito, però poi il sindaco se ne dimenticava”.
Cosa significa, ora, avere finalmente lo stadio di proprietà?
“Significa tutto: la pubblicità, gli incassi, poterlo vivere 365 giorni l’anno, con negozi, piscine… Non riesco ad immaginarmi come sarà all’interno. Immagino, però, cosa potrà significare. In sostanza, vuol dire poter usufruire di questa realtà importante tutti i giorni. Concerti di Venditti 365 giorni l’anno, pensate che bello!”
In effetti, non dovrebbe essere solamente uno stadio per il calcio, ma per vari eventi.
“Certo, il campionato è lungo, però ci sono tanti altri periodi in cui può essere utilizzato”.
Lei, poco fa, ha detto “fatto da mio padre sarebbe stato più giallorosso”. Che cosa voleva dire?
“Mio padre divenne tifoso della Roma ad 11 anni e lo è rimasto fino a 77 anni, per tutta la vita. Era un vero tifoso. Lasciò la sua impresa meccanica nel Veneto, perché voleva, al 100%, diventare presidente della Roma. Ci provò con tutti e, alla fine, lo hanno accontentato. Mio padre voleva fare lo stadio come voleva diventare presidente: tutto ciò che ha fatto lo ha fatto in funzione della Roma. Ci mancava giusto una Coppa dei Campioni in più, certo, però ne abbiamo avute di soddisfazioni”.
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