Il derby comincia il lunedì: la settimana parallela del tifoso romanista
Il derby non comincia al fischio d’inizio. Comincia molto prima, spesso appena viene fissata la data, quando qualcuno nella chat di gruppo la rilancia come se fosse una convocazione. Da quel momento parte una settimana parallela, scollegata dal resto della vita. Si lavora, si fa la spesa, si accompagnano i figli a scuola, ma sotto c’è sempre quel rumore di fondo. Il derby è già iniziato, anche se i novanta minuti devono ancora arrivare.
La vigilia, tra analisi ossessiva e scaramanzie
Nei giorni che precedono Roma-Lazio il tifoso diventa un piccolo analista ossessivo. Studia, raccoglie indizi, costruisce scenari. Guarda le notizie da Trigoria per capire chi recupera e chi resta fuori, legge la classifica fino a impararla a memoria, ripesca i precedenti a convenienza: i derby vinti vengono citati a voce alta, quelli persi spariscono dalla memoria collettiva. Si controlla l'umore della piazza, si valutano gli indisponibili, si immaginano le probabili formazioni e si finisce persino a dare un'occhiata alle ultime quote aggiornate, come parte del rito di avvicinamento, un altro modo per sentirsi dentro la partita prima che cominci. Non è il centro del discorso. È uno dei tanti gesti che riempiono la vigilia.
Poi c'è il capitolo scaramanzie, che merita un trattato a parte. C'è chi guarda il derby sempre nello stesso bar, allo stesso tavolo, con la stessa maglietta sotto la camicia. C'è chi non risponde ai messaggi finché non finisce, chi tiene la sciarpa piegata in un certo modo, chi mangia la stessa cosa di quella volta che è andata bene. Sono riti privati, quasi religiosi, che nessuno ammette del tutto ma tutti rispettano. Cambiare qualcosa, in quei giorni, sembra un rischio inutile.
Il bar resta il quartier generale. Lì il derby si gioca tre volte: prima a parole, durante la partita e dopo, nel processo collettivo. Si discute di moduli, si litiga sul terzino, si tira fuori il nome del giocatore che secondo tutti dovrebbe partire titolare e che, secondo Gasperini, evidentemente no. Si rievocano vecchie partite, gol di testa rimasti nella storia, episodi arbitrali mai digeriti. La memoria del derby è lunga e selettiva, e funziona come una colonna sonora che torna ogni volta.
Le paure che crescono prima del fischio
Più si avvicina il fischio d'inizio, più crescono le paure concrete. La prima è quella del calcio piazzato: nei derby le partite si decidono spesso lì, su un corner, su una punizione dal limite, su una mischia in area che sembra non finire mai. La seconda è la paura dell'episodio, quella giocata storta che cambia tutto in un secondo, il rigore dubbio, l'espulsione, la deviazione. Il tifoso le conosce entrambe e le teme entrambe, perché sa che nel derby il margine è sottile e il caso pesa più del solito.
Due colpi di testa di Mancini e il sorpasso sulla Juve
Poi, finalmente, si gioca. E in questo caso la settimana parallela è finita nel modo migliore possibile. La Roma ha vinto 2-0, con una doppietta di Gianluca Mancini, entrambi i gol di testa, entrambi nati da calcio d'angolo. Proprio quel calcio piazzato che faceva paura alla vigilia si è trasformato nell'arma decisiva: il difensore ha colpito nel primo tempo, intorno alla mezz'ora abbondante, e poi di nuovo nella ripresa, spegnendo ogni residua speranza biancoceleste. Un copione quasi perfetto per chi aveva passato giorni a temere lo sviluppo da fermo dell'avversario.
Il bello, però, è che questo derby valeva più di tre punti e di un anno di sfottò. Lo stesso giorno la Juventus è caduta contro la Fiorentina, e quella sconfitta dei bianconeri, incrociata con la vittoria giallorossa, ha permesso alla Roma di sorpassare la Juve nella corsa Champions. Due risultati arrivati quasi in contemporanea, seguiti col telefono in una mano e il cuore in gola. Il derby vinto è diventato così doppiamente pesante: per il valore simbolico, che a Roma non ha bisogno di spiegazioni, e per la classifica, perché ha avvicinato in modo concreto un obiettivo che fino a poco prima sembrava lontano.
A quel punto il derby cambia natura ancora una volta. Da fonte di ansia diventa racconto. La doppietta di Mancini entra subito nella mitologia personale di ogni tifoso, il difensore che segna nel derby ha sempre uno status speciale, e il colpo di testa su corner diventa l'immagine della giornata. Lo sfottò, quello che per una settimana era stato solo immaginato, finalmente si può fare sul serio. E il sollievo, dopo giorni di tensione, si scioglie in una specie di leggerezza che dura per ore.
Quel derby, del resto, è stato uno snodo dentro una rincorsa lunga un'intera primavera, chiusa qualche settimana più tardi sul campo del Verona con la qualificazione in Champions arrivata nel finale di stagione. Non un episodio isolato, ma un tassello dentro quel percorso. È in questo contesto che la doppietta di Mancini assume il suo valore pieno: non solo orgoglio cittadino, ma punti veri in una classifica cortissima.
Un derby che non finisce al triplice fischio
C'è un ultimo dettaglio che ogni romanista conosce. Il derby finisce al triplice fischio solo sulla carta. In realtà continua: nei commenti la sera stessa, nei video rivisti decine di volte, nelle pagelle lette e ricommentate, nelle discussioni del giorno dopo al lavoro e di nuovo al bar. Si analizza il gol, si rivede l'angolazione, si discute di chi ha giocato meglio e di chi ha sofferto. La partita diventa materiale da masticare per giorni, esattamente come la vigilia.
Ed è qui che si capisce davvero cos'è un derby per chi lo vive da dentro. Non un evento di novanta minuti, ma un blocco di tempo lungo, fatto di attesa, paura, scaramanzie e poi, quando va bene, di una doppietta di testa che cancella tutta la tensione accumulata. Questa volta è andata bene. Il calendario tornerà a riproporlo, e il lunedì ricomincerà tutto da capo: la data, l'orario, la chat, il bar, i precedenti tirati fuori a convenienza. La settimana parallela è già pronta a ripartire.
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