Roma Primavera, De Marzi: "Neuer è il mio idolo. Ricordo il mio provino, mi hanno preso subito". VIDEO!
Il portiere della Roma Primavera Giorgio De Marzi è il protagonista dell’episodio di oggi di Dreaming Roma. Ecco le sue parole.
Ciao Giorgio, come stai?
«Ciao Marco, tutto bene, tutto bene».
Giorgio o George? Parliamo subito delle tue origini, perché queste storie a me piacciono un sacco. Nato in Pennsylvania?
«No, in California. Lo so, in giro si trova sempre in Pennsylvania, invece no, in California, vicino a Los Angeles, sì».
Diciamolo, con tutto il rispetto, però un conto è Pennsylvania, un conto è California.
«California suona molto meglio».
California dove?
«A Lancaster. C'è lo stesso nome per la città in Pennsylvania. Ecco perché si confonde».
Però è scritto dappertutto Pennsylvania.
«Lo so, infatti è un problema».
Guardo la camera. Giorgio De Marzi è nato in California e non in Pennsylvania. Ok siamo d'accordo.
«Perfetto. Sono nato vicino a Los Angeles, come detto, a Lancaster, negli Stati Uniti, per chi non lo sapesse. Mio padre è un militare, lavora all'aeronautica quindi per lavoro per diversi anni è stato negli Stati Uniti».
Fico.
«Sì, molto fico. E mia madre l'ha raggiunto e dopo sono nato io nel corso di questi anni».
Quanto sei rimasto negli Stati Uniti?
«No, poco tempo. Non ho ricordi vividi degli Stati Uniti. Credo qualche anno, non di più. Due, tre anni credo».
Però non hai i radici lì, quindi non è che torni.
«No».
Ti apre porte, poi ci entriamo insomma.
«Apre molte porte, al di fuori del calcio in generale».
Esatto, con il doppio passaporto è importante.
«Sì, molto importante».
E hai magari anche delle foto.
«Sì, ho qualche foto. Soprattutto perché io sono il primo nipote da parte di mia nonna materna, dei miei zii, quindi sono tutti venuti negli Stati Uniti quando sono nato. Ho una marea di foto e video riguardanti quel periodo e ogni tanto con i miei li rivediamo ed è molto bello vedere anche come sono cambiati i posti nel giro di 18 -19 anni».
Ti andrebbe di tornarci?
«Sì, questa estate ho fatto un viaggio a New York. Io sono molto legato agli Stati Uniti perché sapendo che sono nato là mi piace molto scoprire la cultura americana e ho visto... vedo film... riguardanti l'America. Sono molto vicino anche allo stile di vita americano».
E la lingua?
«No, no, quello è un problema».
Se fossi rimasto qualche anno in più, quando sei tornato in Italia quindi? A 3/4 anni?
«Sì, 2/3 anni».
Allora non hai fatto in tempo.
«No».
Ti impegnare come tutti noi a studiare l'inglese.
«Sì, ho fatto un percorso classico degli studi dell'inglese. Questo è po' un problema perché l'inglese è fondamentale».
Più che un problema, diciamo che potevi avere un grande vantaggio.
«Assolutamente».
Perché ovviamente quando si è piccoli si impara molto più facilmente. Però se ci sei rimasto così poco tempo...
«Mi è sempre piaciuto però vedere film, la musica inglese, americana soprattutto, sono sempre stato appassionato».
Quindi hai iniziato a giocare a calcio in Italia.
«Sì».
Dove?
«Nella squadra del mio paese, San Cesareo».
Portiere?
«Sempre portiere, dall'inizio subito il portiere ho fatto. Non sono come tanti di quei portieri che magari hanno iniziato fuori e dopo si sono spostati».
C'è proprio questa passione.
«Non so neanche perché, però ero attratto dalla figura del portiere. Un po' strano».
Forse perché si tuffava?
«Poi è marginato anche».
C'è proprio un retropensiero profondo, addirittura. Perché poi, magari nel corso di questa chiacchierata lo affrontiamo, questo ruolo è difficile, strano.
«Sì, assolutamente».
Te però sempre attratto.
«Sì, mi intrigava questa figura un po' particolare. Stava da solo, si allenava a parte».
L'unico che lo poteva prendere con le mani, questo piccolo vantaggio. Anche se ormai ha toccato più coi piedi che con le mani. Però no, mi fa ridere questa cosa dell'allenamento da solo, perché poi uno non ci pensa... vero.
«Che poi soprattutto quando sei piccolo non hai preparatori. E comunque far parte di un altro gruppo all'interno del gruppo è una cosa molto bella. Stringi un forte rapporto con i compagni del reparto».
Sì, siete pochi intimi, anche col preparatore dei portieri immagino.
«Sì assolutamente».
Sei entrato nella Roma che eri piccolissimo, te lo ricordi come? 2016 no?
«2016. Ho fatto prima un anno all'Acqua Acetosa perché il gruppo qua a Trigoria ancora si doveva creare, tra l'altro qualche compagno che gioca ancora adesso ci conosciamo dall'Acqua Acetosa».
Poi il gruppo 2007 è un gruppo particolare.
«Sì. Dopo l'Acqua Acetosa sono venuto qui a Trigoria appena si è creato il gruppo. Del primo giorno mi ricordo tutto: ero andato con la mia borsa della società perché dovevo fare il provino che poi non è servito, mi hanno preso direttamente diciamo».
Sulla fiducia...
«No perché tra l'altro c'è una storia dietro. I miei non sono mai stati tanto appassionati di calcio quindi io ho iniziato con il nuoto, poi con altri sport».
In Italia è una strada che provano tutti più o meno.
«No, ma sono stato proprio io a chiederlo ai miei perché loro non mi volevano mandare a giocare a calcio».
Se non c'è la passione dentro, familiare, infatti, poi è un investimento importante.
«Sì, soprattutto perché i miei non mi volevano mandare, soprattutto all'Acqua Acetosa poi, perché era molto lontano da casa mia. Molto molto lontano.
Sì, quando parlo di investimento è quello di tempo, di energie.
«Certo. E comunque dopo non sai se potrà andare bene o male il percorso».
Portiere moderno, nel senso diciamo che la descrizione potrebbe essere questa: sei forte tra i pali come ogni portiere deve essere, ma ormai ne parlavamo prima, insomma, il portiere di adesso deve essere forse bravo con i piedi tanto forte con le mani? Si può dire?
«Secondo me no, per prima cosa il portiere deve saper parare».
60-40?
«No».
70-30?
«Sì dai. La cosa fondamentale ovviamente è parare. Non ci prendiamo un giro. È fondamentale, il ruolo è nato per quello. Poi col tempo si è evoluto ed è diventata anche secondo me una figura centrale e importante per la squadra, perché sei il giocatore in più che comunque consente alla squadra di fare possesso e cose del genere. Molto importante, una figura centrale proprio nel calcio di oggi».
Da quando hai iniziato, quanto è cambiato il ruolo del portiere secondo te?
«Secondo me tanto, non ho così tanti anni da poterti dire, però è cambiato. Soprattutto da bambino non veniva allenato così tanto questo gesto, comunque il gesto tecnico con i piedi, mentre adesso è un elemento importante anche durante la settimana e soprattutto si lavora molto con la squadra per comunque essere amalgamati tutti insieme».
Anche perché la costruzione dal basso è un po' recente come filosofia e si parte dal portiere ormai.
«Si parte dal portiere sì, inizia tutto dal portiere. Poi da bambino avevo quest'idolo, Neuer, che comunque era un portiere fuori dal normale, un po' strano a tratti, però mi ha sempre affascinato il suo modo, la sua presenza in campo, il suo modo di giocare con i piedi anche che è stato secondo me il primo a farlo così bene».
È uno dei portieri che mi ha impressionato di più.
«Quando ero bambino era veramente ingiocabile, teneva tutto. Riusciva a giocare benissimo ed era bravo nelle uscite al centrocampo di testa. È veramente un portiere moderno, capace ancora oggi di giocare molto bene. È all’avanguardia, nonostante l’età, resta un portiere di livello eccellente».
Dove pensi di poter migliorare?
«Allora, secondo me il gioco coi piedi è un aspetto che posso migliorare. Quest’anno è stato il primo in cui ho veramente sentito di far parte di un gioco di squadra in cui venivo molto utilizzato con i piedi. Mi sono migliorato tanto quest’anno, però credo che ci siano ancora molti margini di miglioramento».
Che ragazzo sei?
«Sì, sono un ragazzo un po’ introverso, soprattutto da bambino. Forse anche per questo mi sono avvicinato alla figura del portiere. Devo dire però che con gli anni, stando nei vari gruppi con i compagni, questa cosa è molto migliorata. Adesso non sono così solitario, riesco a stare con la gente, ma da bambino era davvero un problema per me avere dei discorsi con altri bambini. Il calcio mi ha aiutato tantissimo in questo, così come molte esperienze che ho fatto all’estero, sempre con altri ragazzi, che mi hanno forgiato il carattere». «Io sono cresciuto nella Roma, da quando ero piccolo fino ad adesso sono sempre stato alla Roma, quindi tutti i miei miglioramenti sono avvenuti anche perché mi trovo qui. Sì, grazie al percorso che ho fatto insieme ai compagni e alle varie squadre».
Ti piace stare dentro lo spogliatoio?
«Beh, noi ragazzi viviamo gran parte del nostro tempo dentro lo spogliatoio. Siamo qui dalla mattina fino alla sera, sempre tutti insieme. È come avere una seconda famiglia».
Ti riesci a ritagliarti del tempo per te?
«Cerco di riposarmi il più possibile, soprattutto nell’ultimo anno. Però, quando ho del tempo libero, mi piace uscire e svagarmi. Mi piace staccarmi dallo spogliatoio, avere dei miei amici a parte, perché secondo me è importante differenziare le due cose».
Vedi le altre partite?
«No. Mi piace vedere anche ad altri sport quando posso. Il basket mi piace molto. Tifo per i Lakers, ho anche questa scusa, visto che sono nato lì».
Come gruppo sentite le pressioni?
«No, io non credo che le altre abbiano sentito tutte queste pressioni, perché è importante il percorso e non solo dove si riesce ad arrivare. Al termine della stagione, ovviamente, se si riesce a vincere, è una soddisfazione personale e di squadra che rimane per sempre, secondo me. Abbiamo vinto due scudetti, Under 16 e Under 17. Prima avevamo vinto qualche torneo da bambini, ma sono emozioni veramente forti. Ti porti queste esperienze appresso, soprattutto perché le hai vissute con un gruppo che conosci da tanto tempo, con cui sei cresciuto, ed è bello coronare il tutto con una vittoria, soprattutto uno scudetto, che rappresenta l’impegno di tutto l’anno e tutti i sacrifici fatti».
Aspirate alla vittoria del campionato?
«Io lo spero veramente, soprattutto considerando come è andato l’anno scorso. Penso che quest’anno, se dovesse accadere, sarebbe una chiusura perfetta di un cerchio del settore giovanile, dopo tutto quello che abbiamo fatto. Con i ragazzi che conosco da molti anni».
Sul playoff contro il Bologna.
«Sicuramente è importantissimo. Diciamo che, se riesci a superare questo ostacolo dei playoff, secondo me acquisisci molta più consapevolezza, grinta e voglia. Dopo, il percorso diventa un po’ più facile rispetto ad andare direttamente in semifinale, questo è il mio pensiero. Affrontare già una partita dentro-fuori, in casa, sarebbe veramente una bella esperienza. Spero che vengano molti tifosi a Tre Fontane, perché ci sono situazioni che ti danno quella marcia in più per provare a portare a casa una vittoria».
La convocazione con gli Stati Uniti Under19.
«Eh, è stata veramente una bella soddisfazione. Rappresentare una nazionale è sempre il sogno di ogni bambino, e quella americana lo è stato anche per me, perché, come ho già detto, mi sento molto vicino allo stile di vita americano e sono nato negli Stati Uniti. È veramente un grande privilegio far parte della nazionale e essere stato convocato».
In futuro in che nazionale vorresti giocare?
«No, vorrei continuare il percorso con gli Stati Uniti, perché mi hanno dato fiducia, e queste sono cose che apprezzo veramente. Ho aspettato a lungo una chiamata dall’Italia, ma negli ultimi anni non è mai arrivata. Da uno o due anni cercavo appunto la chiamata da oltreoceano, ecco. Quindi sono molto contento di far parte del gruppo».
È l’anno della tua consacrazione?
«Non mi sento di chiamarlo l’anno della consacrazione, però è l’anno in cui il mio ruolo e il mio modo di interpretarlo si sono consolidati. Stare in prima squadra è veramente un onore e un privilegio, un privilegio assoluto e immenso. Giocatori di livello internazionale, campioni del mondo: è un’esperienza che ti arricchisce davvero dentro».
Quanto è importante rubare con gli occhi?
«Fondamentale, fondamentale. Non solo come portiere, ma anche il modo di allenarsi e come ci si approccia all’allenamento. Io cerco di osservare il più possibile tutti, anche i più giovani. Veramente tutti, anche i giocatori di movimento. Osservare una persona più esperta o un giocatore di livello importante è fondamentale da imparare, perché sono cose che porterai dentro anche quando, magari, avrai a che fare con altri spogliatoi».
Che rapporto hai con Svilar e Gollini?
«Sono molto contento di questo. Siamo veramente un bel gruppo, anche con i due preparatori che abbiamo. Si è creato davvero un gruppo unito, dove si riesce anche a ridere durante l’allenamento. Spingiamo forte, spingiamo tanto, non ci risparmiamo niente, questo va detto, però quando abbiamo un momento di pausa, una risata fa sempre bene e rende l’allenamento più piacevole.»
Chi calcia meglio?
«Molti. Soulé, Dybala, anche Cristante ha un grande tiro, Pisilli. Potrei nominarli tutti».
Come si fa l’ultimo passo verso il professionismo?
«Penso di affrontarlo come ho fatto con tutti gli altri miei piccoli step, quindi anche dall’Under 15 all’Under 16, 17 e così via: dare il massimo ogni giorno, pensare sempre all’oggi, senza spingersi troppo oltre con la testa, e dare tutto quello che puoi. Secondo me, se fai così, qualunque cosa succeda andrà bene e non avrai rimpianti. Per me questa è la cosa fondamentale».
Emergere come portiere è più complicato?
«Sì, sì, molto complicato, secondo me molto più complicato rispetto agli altri ruoli, perché tocca responsabilità importanti. Però è anche una di quelle cose che rende questo ruolo speciale, e per questo l’ho scelto. Se ti viene dato il via libera per giocare, significa che hai fatto veramente bene e sei arrivato a un livello di condizione tale da meritarti il posto in campo.»
Quanto è complicato fare il portiere all’Olimpico?
«Abbastanza difficile. Secondo me, l’esperienza conta molto in queste situazioni. Ovviamente, se dovesse mai capitare, sarà complicato all’inizio, immagino per tutti, però con l’esperienza, man mano che vai avanti, cerchi di isolarti e di pensare solo alla partita. Però, come mi hanno detto anche alcuni ragazzi, c’è chi sente davvero il tifoso che gli parla e riesce a spingere di più. Sono modi diversi di interpretare lo stadio e di trarne quello stimolo in più».
Il clima dell’Olimpico ti sta facendo crescere?
«Ogni volta che salgo dalle scalette è veramente un’emozione. Il riscaldamento, quando esco, la mia prima volta è stato davvero emozionante. Sono stato completamente concentrato davanti a tutta questa gente. Sì, bellissimo, veramente emozionante. È difficile da descrivere a parole, soprattutto per un ragazzo che è sempre stato a Roma. È una grande soddisfazione».
Qual è la tua ambizione nel calcio?
«Ovviamente, l’obiettivo principale è fare questo lavoro, riuscire a vivere di calcio, perché sarebbe veramente un privilegio. Però, come ho detto prima, dare il massimo ogni giorno, spingersi sempre oltre e cercare di superare i propri limiti. Dopo, come va, va: zero rimpianti».
Che significato ha la maglietta della Roma?
«Ha un significato speciale e sono qui da qualche anno, però da quando ero veramente bambino mi ha accompagnato in tutti questi anni. La Roma è sempre stata un elemento importante nella mia vita, anzi fondamentale, perché c’era mia famiglia e la Roma. Sarebbe stato difficile fare altrimenti. Sono molto contento di stare qui: è veramente una cosa speciale indossare la maglia della Roma. Ogni tanto dobbiamo ricordarcene, perché a volte ci si dimentica, ma è importante tenerlo a mente».
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