Slideshow - Righetti: "Viola era un papà, Liedholm l'uomo completo, Bruno Conti mio fratello"

13.02.2015 19:00 di Gabriele Chiocchio Twitter:    vedi letture
Fonte: Roma TV
Slideshow - Righetti: "Viola era un papà, Liedholm l'uomo completo, Bruno Conti mio fratello"
© foto di Federico Gaetano

È il Campione d'Italia 1982/1983 Ubaldo Righetti il protagonista dell'odierna puntata di Slideshow in onda su Roma TV. Ecco le sue dichiarazioni.

Con le sorelle.
"Continuano a essere la protezione del sottoscritto, due persone straordinarie".

Da piccolo.
"Il giorno del compleanno, contando le candeline sono 5 anni. Giovane promessa, poco perché a calcio non si giocava. Le poche volte che uscivo erano botte dai miei ma mi è servita. Le mie sorelle continuano a essere fondamentali".

Foto di squadra in Primavera.
"Al Viareggio, con tanti compagni con cui ho condiviso battaglie ed esperienze fuori. Con alcuni ci si continua anche a vedere, spesso sento Giovannelli, Di Carlo, Silvestri, Talevi, Gentilini, Faccini, Caraffa, che qualche anno fa ci ha lasciato. Una squadra di grande talento".

Foto da giovane.
"Avevo appena iniziato a giocare, era un servizio fotografico all'Eur. Si è giocato un po'".

Con i compagni.
"Giannini, Lucci, Di Carlo, grandi talenti e grandi persone. Abbiamo raggiunto obiettivi e traguardi importanti, poi ci si perde lungo il cammino. Si rivivono momenti straordinari, in quel momento la Roma tirava fuori giocatori incredibili, di grande valore".

Dino Viola.
"Un papà. Qui si vede l'attenzione nei suoi confronti, ero anche soggetto a critiche, lui cercava di riportare la pace ma a volte era anche duro, giocava d'anticipo".

Liedholm.
"L'uomo completo, incuteva paura e gioia. Con lui dovevi avere disciplina e rispetto, fondamentali per raggiungere traguardi. Aveva la capacità di prevedere il calcio, ci siamo divertiti dentro e fuori dal campo, Liedholm sapeva  tutto e sapeva gestire situazioni esterne".

Bologna.
“Non uscimmo con la vittoria ma giocai per 90 minuti. Lì è iniziato il mio cammino importante nella Roma per tanti anni, ma devo riconoscere merito a Liedholm, che è riuscito a trasmettermi tranquillità dicendomi di giocare il calcio che conoscevo. È stato un valore importante”.

Genoa-Roma.
“La penultima di campionato, in cui abbiamo raggiunto lo scudetto. Una partita particolare, Genova era Roma, una marea di tifosi al seguito. Ricordo le cose successe in campo, al fischio finale ci fu una marea umana in campo e a quel punto non ricordo più nulla, siamo rientrati col costume negli spogliatoi”.

La festa.
“Festa che tutti aspettavano, per un traguardo maturato con il tempo, vedere la città dipinta di giallorosso con l’atterraggio a Ciampino e il Raccordo bloccato è stata una cosa incredibile. Si vive ancora questa sensazione, è giusto e comprensibile e doveroso riportare questa dimensione, questa gioia. Il popolo romanista ne ha veramente bisogno, deve tirar fuori quella gioia e quella rabbia che ha dentro”.

Con i genitori.
“Papà e mamma, le persone che si sono sacrificate e continuano a sacrificarsi per la famiglia, di grande umanità e sensibilità, non mi hanno fatto mancare nulla anche se mi hanno fatto arrabbiare, andai via di casa che non avevo neanche 14 anni, papà mi ha incoraggiato mentre mamma mi chiedeva di tornare. La foto è bellissima, si vede la grande serenità di questa famiglia”.

La figlia.
“Il gioiellino di casa, adesso ha vent’anni. Mantiene sempre la gioia e il sorriso, una ragazza  ribelle ma consapevole, un punto di riferimento. Ognuno intraprende il suo percorso, il sostegno e l’attenzione di un giocatore ci deve sempre essere. Senza nulla togliere ai traguardi raggiunti con la Roma, è la gioia più bella del mondo”.

La squadra del 1982/1983.
“In questa foto c’è tutto, ci sono io protagonista con i grandi. L’immenso popolo alle nostre spalle, il muro umano che spesso ha determinato il risultato, e questi due grandi personaggi come Falcao e Di Bartolomei, e io aggiungo Tancredi e Bruno Conti, mio fratello maggiore. Sono stati uomini perché insieme hanno costruito una squadra con una mentalità forte e vincente, avevano gli stessi obiettivi. C’è stato un confronto per il bene della squadra, non per il bene personale. Questo fa crescere ognuno di noi e la squadra”.

Maldera.
“Non dico grande calciatore, lui è arrivato quasi a fine carriera, ma un grande uomo come Di Bartolomei. Aldo Maldera è stato per me il confidente, i giovani vivono molto di entusiasmi, di alti e bassi. Lui dopo ogni partita in cui si capiva che la prestazione non era ottimale aveva parole giuste per ognuno di noi, in particolar modo per me. È stato un uomo straordinario, di grandi valori”.

Nela.
“Questa foto significa tanto, fa capire il grande amore che avevamo tra di noi e la serenità che regnava in quel periodo. Ognuno di noi non vedeva l’ora di arrivare al campo, in questa foto si vede la grande serenità attraverso la quale siamo arrivati a vincere qualcosa di importante e raggiungere obiettivi di squadra e individuali. Con Sebino abbiamo condiviso partite dentro ed esperienze fuori dal campo”.

Ancelotti.
“Son cresciuto con Carletto, gli ammiro la calma e la capacità di riflettere e gestire le situazioni. Ora lo conosciamo come grande allenatore, il rapporto che riesce a instaurare con i grandi giocatori li porta a ottenere il massimo. La sua forza è riuscire a rimanere se stesso, una persona genuina, di grandi valori. Mi portò verso casa sua, dovevamo ritornare a Roma, ci svegliammo presto e in tavola c’erano polenta, salame e vino. Disse che la colazione sua era quella e che dovevamo fare un viaggio lungo”.

Bruno Conti.
“Io ero il fratellino piccolo, lui ha seguito la mia crescita, capiva i miei umori, il mio momento. È stato e continua ad essere un punto di riferimento importante. Credo sia stato uno dei pochi amati anche fuori dall’ambito romanista, riconosciuto in tutto il mondo, faceva divertire”.

In Nazionale.
“I primi passi, è stato un passo fondamentale con Bearzot, molti romanisti ne hanno fatto parte. Per merito della Roma sono riuscito a raggiungere anche questo grande obiettivo, vediamo Sebino, Iorio, Vierchowod e Tancredi, come continuare a essere a casa”.

Con Bearzot.
“Questa foto me la  ricordo benissimo, eravamo a Villa Pamphilj, mi stimava tantissimo, stravedeva per me. Ho cercato di dare l’anima, poi sono cambiate un po’ le situazioni e qualche infortunio di troppo mi ha fatto uscire dal giro. Mi ha sempre sostenuto e ha sempre creduto in me, dopo Scirea c’ero io, prima che esplodesse Baresi. Lui parlava prima col vecio, Bruno Conti, e poi lui le trasferiva a me”.

Contrasto su Platini.
“Quando si parla di distanze tra i reparti e compattezza… sta a testimoniare la voglia di femare l’avversario, questo era il nostro spirito”.

Con Maradona.
“Grande giocatore e personaggio, ne può aver combinate di tutti i colori ma era spettacolare vederlo giocare e dura giocarci contro. Mi ricordo che in una delle tante partite giocate gli chiesi la maglia, mi disse che non poteva darmela ma che sarebbe capitato. Passano anni e vado a  giocare a Udine, c’era un torneo di beneficenza, ci fu un raduno in quest’albergo con partitelle di esibizione a calcio a 5, come ci vedemmo mi disse di venire con lui e mi diede la sua maglietta, si ricordò a distanza di anni”.

La finale di Coppa dei Campioni.
“C’è il rammarico che è ancora vivo in tanti di noi, però dobbiamo anche dire che c’abbiamo provato a raggiungere un traguardo straordinario, ci ha condizionato giocare in casa. Una grande formazione con fantasia, estro e freddezza, quella che ci è mancata quando siamo andati a battere i rigori. C’abbiamo provato”.

I rigori.
“Grobbelar straordinario, ne combinava di tutti i colori, già ne aveva combinate prima di scendere in campo. Sotto al tunnel era uscito a camminare dietro all’arbitro facendo gli stessi passi. È entrato in campo così, si vedeva che il Liverpool la viveva in maniera diversa, a noi c’è andata male. La gioia di aver calciato con freddezza, non fui condizionato dalle movenze di Grobbelar. Gioia personale ma non collettiva”.

Il gol con l’Ascoli.
“Vincemmo largamente, correvo per tutto il campo, una gioia immensa per me. A un certo punto Pruzzo mi disse che esultavo per un gol che non contava nulla, gli dissi di non levarmi questa gioia. Non ero molto propenso ai gol, partecipavo alla manovra, all’epoca il difensore doveva anticipare, scaricare all’esterno e partecipare alla zona centrale per ricevere il cross”.

La Coppa Italia.
“Credo quella del 1986, non vedevo l’ora di averla in mano questa Coppa, è un traguardo importante. Sono quei trofei che qualcuno considera di poco conto, invece ci hanno sempre portato di condividere qualcosa di importante coi tifosi”.

L’esperienza da telecronista.
“Per me una nuova esperienza, si esce dal campo di calcio ma la si vive sempre, raccontarla è importante e piacevole, trasmette sensazioni con una visuale, una prospettiva diversa. Si riescono a capire tante cose, poi il piacere di commentare partite di altissimo spessore, riconoscere il gesto tecnico è importante anche per chi segue. Un’esperienza piacevole. Per commentare la Roma ci vuole equilibrio, cerco di essere obiettivo e leggere le situazioni, bisogna stare lontani dalle emozioni, resta difficile. Quando ho avuto la fortuna di lavorare con Roma Channel ne ho commentate tante belle”.