Julio Sergio: "Nella mia Roma c'era l'ambiente favorevole per fare bene"

25.05.2020 07:40 di Alessandro Pau   Vedi letture
© foto di Alberto Fornasari
Julio Sergio: "Nella mia Roma c'era l'ambiente favorevole per fare bene"

L'ex portiere brasiliano della Roma, Julio Sergio, è stato intervistato ieri dalla pagina Instagram Footbatalier. Ecco alcune delle sue parole:

Sull’arrivo a Roma.
“La Roma ha voluto vedermi in provino prima di acquistarmi perché a Trigoria sapevano che avevo subito un infortunio al ginocchio. Mi rimandarono in Brasile e dopo 20 giorni mi chiamarono dicendomi che avevano intenzione di tesserarmi. Nello spogliatoio in cui sono arrivato c’erano grandi giocatori, ero emozionato. Volevo entrare a far parte del campionato italiano già da un po’, ma non mi aspettavo di andare alla Roma già da subito”

La storia del miglior terzo portiere del mondo?
“Io ero uno che stava al posto suo, non creavo problemi e facevo il mio. Non è facile avere un portiere che accetta tranquillamente la panchina”.

Su Spalletti e Ranieri.
“Un grandissimo allenatore. Con lui giocavamo tutti bene, quella Roma era forte anche se alla fine si era un po’ stancata. Lavorare tanti anni con la stessa persona è difficile, a lungo andare un allenatore non riesce a trarre il meglio dai propri calciatori, soprattutto perché spesso per farlo c’è bisogno di essere anche duri. Forse ha capito che con i suoi modi non riusciva più a far rendere la rosa. C’era bisogno di un cambio e alla fine arrivò Ranieri. Lui non si vedeva nello spogliatoio. Lasciò un ambiente molto libero per tutti, e forse in quel momento è stato un bene".

Sui alcuni compagni.
“Vucinic era uno che arrivava nello spogliatoio e sembrava pronto per una partita con gli amici. Era sempre tranquillo, per questo giocava così come tutti lo hanno visto. Perrotta? Il numero uno. Mai visto un giocatore tatticamente intelligente come lui”.

Sui brasiliani alla Roma.
"Ho un rapporto molto stretto con Cicinho. Con lui non riesco a scambiare tre parole senza scherzare. Baptista era il nostro Beckham: gli piaceva vestir bene, ed era forte anche se in giallorosso non rese come ci si aspettava. Se si parla di nomi, il brasiliano più importante passato per la Roma dopo Falcao è stato Adriano. Juan? Roma è una città bellissima ma stare lontani da casa per tanto tempo non è mai facile. Forse era stanco e voleva tornare a casa sua. Ha fatto una scelta di vita, come Totti fece quella di rimanere tutta la carriera in giallorosso".

I derby con la Lazio?
“Fortunatamente ne ho vinti 4 su 4. L’atmosfera era particolarissima in occasione delle partite con la Lazio. La gente comincia a parlarne dall’inizio dell’anno. Sotto casa mia all’Eur, nel bar dove andavo sempre, i proprietari erano laziali… Ed era sempre un piacere andarci dopo i derby”.

Totti?
“La cosa che mi ha impressionato è che è una persona tranquillissima. Per noi era meglio fare allenamento contro calciatori come lui perché il livello si alzava. In partitella tutti volevano sempre vincere.

La partita con la Samp?
“20 minuti cambiarono un intero campionato. Non posso immaginare cosa sarebbe vincere un campionato con la maglia della Roma. La mia vita con quello scudetto sul petto oggi sarebbe diversa”.

Julio Sergio è intervenuto anche a Centro Suono Sport, durante la trasmissione "Bar Forza Lupi":

12 anni fa la Roma vinceva l’ultima Coppa Italia…
“Sono ricordi bellissimi, a me manca tanto Roma, mi manca tutto ciò che facevo a Trigoria”.

La tua Roma avrebbe potuto vincere di più?
“Uno scudetto sicuramente potevamo vincerlo (2009/2010, ndr), è un grande rimpianto per la mia carriera. In altre occasioni era più complicato, la famiglia Sensi fece uno sforzo molto grande per portare la Roma dove l’hanno portata, i tifosi devono ringraziarli”.

Nonostante le difficoltà economiche di quel tempo, la Roma era competitiva…
“Avevamo Pradé come direttore sportivo che faceva grandi colpi, ha fatto un ottimo lavoro. C’erano pochi soldi da investire ma Pradé e Rosella Sensi sono riusciti a fare sempre un buon mercato”.

C’era un grande senso di appartenenza nello spogliatoio?
“Sì, eravamo sempre uniti e lo si è visto, anche durante le partite. Era un ambiente favorevole per fare le cose per bene”.

Da “terzo portiere più forte al mondo” a titolare con la Roma…
“All’inizio della mia avventura alla Roma, pur vincendo trofei, non ho mai giocato. Quando mi è stata data l’occasione, l’ho sfruttata e l’amore che già provavo per la città è raddoppiato”.

Che emozione è stata il rigore parato a Floccari?
“Eravamo sotto 1-0, io avevo già giocato un derby ed ero stato decisivo, in quell’occasione mi sono consolidato perché poi abbiamo vinto ed eravamo in testa. Solo chi l’ha vissuta in campo, può capire che sensazione sia stata”.

Cosa è accaduto in quel Roma-Sampdoria 1-2?
“Avevamo sprecato tante energie per arrivare in quel punto, c’è stata qualche discussione nello spogliatoio ma niente di che. Purtroppo, nella ripresa abbiamo avuto un calo di concentrazione di circa mezz’ora e abbiamo perso. Noi volevamo vincere, l’Inter individualmente era forse più forte di noi, quando si vince si vince tutti insieme e la colpa è solo la nostra”.

Hai dei rimpianti su alcune decisioni arbitrali in quella partita?
“No, noi non guardiamo queste cose, siamo concentrati su ciò che accade in campo. Il rimpianto è stato non essere all’altezza in un momento così importante, per me nel calcio non esiste la fortuna o la sfortuna, devi essere più forte e basta. In quei 45’ non abbiamo fatto quello che avremmo dovuto fare”.

Pensi di essere diventato titolare troppo tardi?
“Forse avrei meritato una chance anche prima ma è un’esperienza che fa parte della mia vita, sono cresciuto tantissimo. Potevo andare via, tornare in Brasile ma sono stato ripagato”.

Cosa è accaduto nella stagione 2010/2011?
“Qualcosa si è rotto, si pensava di più sul personale ma è difficile dire cosa sia accaduto realmente. In quel campionato siamo partiti tra i favoriti ma non siamo riusciti a gestire questa situazione”.

Dopo Roma-Livorno 0-1, avresti mai pensato a una rimonta verso il vertice?
“Noi entravamo sempre in campo per vincere e credevamo sempre in qualcosa. Certo, dopo quella partita, era difficile pensare che saremmo stati in testa a 5 giornate dalla fine”.

Le tue lacrime nella partita contro il Brescia?
“Mi ero infortunato e poi stavamo perdendo. Io non sono mai stato un fenomeno ma quello era il mio momento e non volevo mai uscire”.

Tornare alla Roma?
“Io adesso faccio l’allenatore, sto studiando per prendere tutti i patentini e allenare in Italia. So che devo fare esperienza e iniziare accanto a qualcuno, il mio sogno è vivere a Roma, portarci i miei figli e magari lavorare per la Roma, sarebbe un sogno per me. Adesso non posso farlo ma sto lavorando per questo”.

La ripresa del campionato?
“Prima penserei alle vite umane, il calcio deve essere in secondo piano. Se poi è sicuro giocare a porte chiuse allora è giusto riprendere, ma prima si deve pensare alle persone. Dobbiamo gestire bene questa situazione”.