Slideshow, Tessari: "Roma-Liverpool: avete mai sentito il silenzio? Io sì..."

27.11.2015 19:30 di Gabriele Chiocchio Twitter:    vedi letture
Fonte: Roma TV
Slideshow, Tessari: "Roma-Liverpool: avete mai sentito il silenzio? Io sì..."
Vocegiallorossa.it
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

È l'ex giocatore e allenatore della Roma Luciano Tessari il protagonista dell'odierna puntata di Slideshow, in onda su Roma TV. Ecco le sue dichiarazioni.

Foto con i compagni.
"Bei tempi quelli, sembriamo vitelloni... eppure tutti bravi ragazzi. Con quella squadra siamo andati in Serie B, eravamo una buona squadra ma facevamo pochi gol e a volte ne prendevamo. Non eravamo equilibrati, avevamo troppa paura. Andavamo a Milano e perdevamo prima di scendere in campo. Eravamo abbastanza affiatati fuori dal campo, era importante ma in campo certe volte litigavamo, cose che non devono mai succedere, serve amore e gioia di giocare, impegno e allenamento".

Foto allo Stadio Torino.
"I tifosi erano differenti, andavamo in giro fino a Piazza del Popolo abbracciati a loro, adesso i giocatori non possono uscire dagli spogliatoi. Eravamo troppo buoni, troppo accondiscendenti, cercavamo di aiutare i tifosi quando erano disperati. Non è facile portarsi avanti per tutto un campionato queste piene così".

Foto di squadra.
"Nordahl, Maestrelli, Donati, Andersson... era una bella squadra, potevamo fare di più ma eravamo sempre sotto tensione, i tifosi ci hanno sempre aiutato a dire il vero, non ci hanno mai fischiato o deriso. Però pativamo per loro".

Foto di Testina d'Oro.
"Abita sopra di me, avevamo fatto una casa con tutti i calciatori. Era forte, ha sempre fatto la sua parte".

Foto di Foni.
"Bravo allenatore, ma non è riuscito a fare molto. Sono fortunati i giocatori che trovano allenatori-educatori".

Foto in porta.
"La vita del portiere è la più difficile, sei sempre solo. Difende la verginità della madre, quando non ci riesce diventa matto, è l'ultimo baluardo. Aiuta tutti i compagni. Parlavo con tutti, gli altri criticavano. È una questione di educazione. Bisogna essere forti sempre. Il calcio sembra facile, ma non lo è. Per fare le cose coi piedi ci vuole il cervello e tante altre cose".

Altra foto di squadra, in borghese.
"Negli anni '50. Non riuscivamo mai a fare grandi cose. Abbiamo sempre lottato, ma con risultati non eccezionali. Non riuscivamo a uscire come grande squadra".

Guido Masetti, Bacci e Ceretti.
"Son di Verona come Masetti, uno dei più grandi portieri. Ceretti ti sgridava se ti cadeva la maglia, ti insegnava comportamenti, ed era un massaggiatore, non un allenatore. L'abbiamo sempre ammirato, ci ha sempre aiutato e indicato la squadra. Non era suo compito, ma era più forte di lui. Gli ho voluto bene come un padre".

Losi.
"Non era alto, ma prendeva la palla a Charles di testa. Riusciva a scattare e battere sul tempo giocatori più alti, anticipava sempre. Non ha mai fatto un fallo premeditato. Evitava anche i falli accidentali. Eccezionale, di una lealtà mai vista, il giocatore più Leale dei 50 anni di calcio che ho visto".

Foto della nazionale.
"Pure in nazionale ero? Neanche lo ricordavo... dicevano che ero il migliore in campo, ma poi giocava Buffon. Bisogna starci, non si può dire altro".

Foto dei tifosi.
"Vincevamo, perdevamo o pareggiavamo, il pubblico usciva con noi dallo stadio. Ridendo e facendo battute. Le partite con la Lazio e col Napoli erano di folklore, il Napoli arrivava col ciuccio, la Lazio faceva festa".

Liedholm.
"L'ho conosciuto quando ha finito di giocare. Mi ha chiamato il DS del Milan, mi disse che il Milan cercava un ragazzo per il settore giovanile e fu fatto il mio nome. Lì ho conosciuto Liedholm, uno dei più grandi educatori al mondo".

Dino Viola.
"Un grandissimo. Non ci son parole per definirlo. L'ho conosciuto negli anni '50, dopo la partita andavamo in sede e lo trovavamo lì. Parlavamo con lui, lui voleva sapere tutto, era un innamorato del calcio, mai vista una persona così. Era un tifoso comune diventato dirigente. L'ho trovato a Fregene, mi disse che aveva una grande passione: diventare presidente. E mi chiese se sarebbe potuto diventarlo. Ci pensai, non era facile dare una risposta. Dire di no non era vero, gli dissi di sì e gli spiegai perché. Era un appassionato vero, che ha sentito molto dai calciatori. Le parole che ha sentito dai calciatori erano il suo curriculum, per questo poteva diventare presidente. Detto, fatto. Nel '79 mi telefonò il vicepresidente Pasquali, mi disse che il presidente gli aveva chiesto di aiutarlo a portare Liedholm alla Roma. Noi al Milan avevamo vinto il decimo scudetto, dissi che ci potevo provare. Un giorno, due giorni, non ho mai visto una persona così combattuta dal dire sì o no, gli sembrava di tradire il Milan. Il quinto giorno gli feci notare che vincevano sempre gli stessi e che vincere a Roma sarebbe stato un'altra cosa. Ci fu una pausa, e mi diede una pacca sulla spalla. Era una decisione irrevocabile. Disse di andare a Roma a vincere lo scudetto, per far vedere al mondo che si può vincere anche lì".

Lo scudetto a Roma.
"Avevamo preso giocatori che conoscevamo, la cosa importante è stato l'acquisto di Vierchowod, per far giocare Di Bartolomei davanti alla difesa. Prendemmo Falcao, era discusso, andai a Barcellona a vederlo. Nel primo tempo era fermo, guardava la partita quasi, poco umile, statico. Nell'intervallo chiesi se non fosse realmente lui. Nel secondo tempo si è mosso di più, ma era sempre lento. Ha fatto tre cose che mi hanno convinto che era un grandissimo calciatore. Le ho scritte a mister Liedholm. Lui mi chiese se fossi sicuro, gli dissi che solo quelle tre cose erano meritevoli, premettendo che era da scartare. Invece alla fine dissi che era uno da prendere. Che poi abbia fatto quelle cose per caso o perché era un grande giocatore spettava a me dirlo, e lo prendemmo. Fu una festa enorme per la città, da lì la Roma ha fatto sempre meglio. Vincere uno scudetto non è semplice, a parole lo vincono tutti. A fatti è più difficile. Questi ragazzi sono meritevoli, ho scritto un libro per cercare di ricordarli insieme a Viola e Liedholm".

Bruno Conti.
"Nettuno, lì. Guarda Ago, che grandi giocatori. Quando li vedi ti fanno piangere (si commuove, ndr). Sapevano fare qualunque cosa. Poi facevano tutto bene, difficile che sbagliassero. Erano diventati una squadra, tutti si aiutavano, uno aveva bisogno dell'altro. Dire bravi non basta, hanno avuto tutte le doti che deve avere un calciatore. Un calciatore deve essere completo, deve avere tutto".

Maldera.
"Un altro figlio, anche lui in cielo. Erano tre fratelli, lui poi è venuto alla Roma. È stato utilissimo, ci è mancato solo una volta, col Liverpool".

Roma-Liverpool.
"Hai mai sentito il silenzio? Io sì, negli spogliatoi. Abbiamo perso? Siamo sicuri? Il risultato è quello. Loro hanno fatto due rigori di più, avevano un portiere istrione. Non avevamo molti rigoristi. I giocatori non l'hanno persa. Non ci siamo spiegati perché. Non abbiamo trovato le parole per spiegare perché non abbiamo vinto. Non abbiamo dato colpe a nessuno. Guai se avessimo vinto, sarebbe stato il trampolino di lancio per una grande Roma. Sarebbe cambiato tutto, la filosofia di squadra e tifosi. Come avessi vinto al Lotto".

Di Bartolomei con la Coppa Italia 1984.
"Una bandiera. la sua onestà, il suo impegno, il suo modo di comportarsi con tutti è stato di esempio per tutti i calciatori. Quelli di allora e quelli di adesso. Lui era leale, onesto, serio, educato. Aveva tutte le doti. Se n'è andato, il giorno della partita col Liverpool, 10 anni dopo. Non può essere, eppure è successo anche questo..."

Maldera agli 80 anni della Roma.
"Il calcio deve essere una gioia, sennò che calcio è? Gioia di vivere, gioia di esserci".