Garcia: "Voglio stare a Roma e vincere trofei qui"

28.02.2014 19:29 di Redazione Vocegiallorossa Twitter:    vedi letture
Fonte: Le Foot Mondial
Garcia: "Voglio stare a Roma e vincere trofei qui"
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© foto di Insidefoto/Image Sport

Rudi Garcia ha rilasciato un'intervista al magazine francese Le Foot Mondial. Di seguito uno stralcio della stessa:

Totti ha parlato di lei come dell’allenatore del futuro. Lei è un rivoluzionario?
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No, non mi sento un rivoluzionario. È stato un bel complimento da parte di Francesco perché è importante avere un’opinione positiva da parte dei propri giocatori. Li convince che il progetto e l’identità di gioco possono spingerci a ottenere dei risultati e a provare delle soddisfazioni, è sempre ciò che cerca un allenatore. Ho sempre avuto questa convinzione che un calcio collettivo, d’attacco, fosse molto più gratificante per i giocatori. Loro partecipano più facilmente a questo genere di progetto di gioco, dove sanno che avranno la palla, produrranno un calcio di qualità, in grado di fornire opportunità per segnare dei gol. Non è niente di rivoluzionario, ma penso che se i miei giocatori hanno piacere a stare in campo, lo trasmettono automaticamente ai tifosi. Ed è vero ancor più vero oggi in un momento in difficile per tutti e in particolare in Francia e in Italia. Vedo che ci sono famiglie che stanno tagliando i loro bilanci per venire allo stadio. E’ importante farli divertire, e questa emozione collettiva che può essere avvertita quando la propria squadra vince consente di vedere un piccolo pezzo di cielo blu nel grigiore della vita di ogni giorno".

I primi mesi a Roma hanno fatto cambiare il suo approccio da allenatore?
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Non credo. Ho trovato un ambiente terribile quando sono arrivato qui: molte auto della polizia, giocatori insultati, una disaffezione dei nostro tifosi che posso capire. Ma una piccola frangia di pseudo-tifosi è andata oltre il rispetto dei giocatori. Non potevo banalizzarla. Come un padre di famiglia, quando viene attaccata la sua famiglia egli deve essere la prima linea di difesa. Ovunque sono andato, ho sempre difeso i giocatori, il che non mi impedisce di dire quello che penso quando siamo tra di noi. Tra le quattro mura del mio ufficio o quelle dello spogliatoio. Internamente, tutto si può dire. Quando sono giustificate le critiche devono essere avanzate, ma quando sono gratuite mi trovano di traverso. No, questi mesi non mi hanno cambiato. Sono stato felice di vedere come un gruppo di giocatori paurosi, intimiditi e scossi psicologicamente sia stato in grado di ricostruire grazie al piacere di allenarsi e andare in campo. Io penso che la fiducia nella vita e nel proprio lavoro siano fondamentali per dare il meglio di se stessi. E’ un piacere lavorare con questo gruppo. Ho trovato similitudini con il gruppo che ho incontrato a Lille e con cui abbiamo vissuto tanti bei momenti.

Come è stare di fronte a una leggenda come Francesco Totti?
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E’ molto semplice. Prima di venire qui, già sapevo dove sarei arrivato: il club della capitale, uno dei principali club italiani con un giocatore icona, anzi due con Daniele De Rossi, anche se Francesco ha vissuto più cose. Con l’esperienza e gli anni, si impara a essere molto più se stessi e più completi, ho quindi deciso di applicare il fair play con Francesco. Quando si ha la possibilità di avere una simile risorsa, anche se ha 37 anni, è molto facile vincere qualcosa con una leggenda come Francesco. Penso, inoltre, che i più grandi giocatori, tra cui Francesco, siano quelli capaci di giocare il più semplicemente possibile. Sono anche i più umili e non approfittano della loro notorietà. Lui non voleva un trattamento speciale, vuole che si parli chiaro, che si dica quello che si pensa. In sette mesi si è creata una vera sintonia tra me e lui, una simbiosi. Con Francesco è sufficiente uno sguardo e sappiamo che pensiamo la stessa cosa. Parliamo la stessa lingua, abbiamo la stessa passione e la stessa voglia di vincere".

Come vede il suo futuro?
"Sinceramente non so cosa mi riserverà il futuro. Non so dove sarò domani. Quello che voglio è stare alla Roma e vincere trofei qui, questo è il progetto del club. I proprietari americani vogliono farci diventare vincenti non solo in Italia ma anche sulla scena europea. Dio sa che ci vorrà tempo e che sarà difficile. Questo è un progetto ambizioso e finché sarà così sarò felice di essere qui. Si sa che un allenatore non può decidere la sua longevità in un club. Non si dovrebbe mai dire mai. Tornerò ad allenare in Francia entro la fine della mia carriera? Non ne ho idea. Per adesso sono così calato in questa avventura italiana, nell’apprendimento della lingua, nella scoperta del calcio italiano e dello stile di vita italiano, che non ho pensato neanche per un attimo ad un ritorno in Francia o a ciò che accade nel campionato francese o nel calcio francese in generale. Poi ovviamente sono contento che i blues vadano in Brasile: so che il PSG è primo in classifica, che il Monaco lo insegue e che il Lille sta facendo un buon campionato. E devo dire che mi piace. Non è possibile passare cinque anni al Lille con due vittorie importanti senza che questo lasci delle tracce. Il primo risultato che guardo il fine settimana è quello del Lille, ogni volta sperando che vinca".

Dagli aneddoti che ha raccontato, notiamo che l’Italia riserva sorprese. C’è stato altro?
"Una cosa negativa è il degrado degli stadi. La Juventus ha costruito il suo Juventus Stadium, ma francamente… la prima giornata di campionato, a Livorno, non c’era il tabellone con il risultato: è una cosa che non avevo mai visto. A proposito degli stadi, ho un aneddoto: si può dire che mi perseguita un po’ nelle mie differenti esperienze, perché ogni volta che arrivo in un club c’è una pista d’atletica e un progetto di stadio in costruzione (ride). È abbastanza divertente. A Roma ho di nuovo una pista allo stadio Olimpico e di nuovo un progetto, sul quale gli americani hanno tra l’altro hanno fatto molti progressi. Mancano due stagioni e mezzo. Ma gli stadi sono abbastanza vecchi. Stanno rivalutando le leggi per permettere ai club di diventare proprietari dei loro impianti. Questo è un passo obbligato per i club italiani, altrimenti diventa complicato.

Come si stacca dal calcio?
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Ho imparato a farlo. A Digione, durante la mia prima esperienza come allenatore e direttore generale, ho capito che lavorare h24 non ha solo vantaggi. E soprattutto si può perdere la freschezza e la lucidità nel prendere decisioni efficaci. Bisogna avere il tempo di recuperare, fare qualcosa di diverso, staccare tutto e non pensare più al calcio. In breve, avere una vita parallela". 

Ha stappato le due bottiglie di Romanée-Conti offerte da James Pallotta?
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Una la stessa sera. E posso già dirvi che è un vino incredibile! L’altro è in cantina in attesa di aprirla alla fine della stagione, mi auguro, per festeggiare la qualificazione in una coppa europea".

E lo scudetto?
"Ehh… non dipende da noi. La Juve sta facendo un percorso che può portarla a più di 100 punti alla fine della stagione, quindi… L’obiettivo è quello di continuare a vincere, e perché no, se la Juve rallenta fare ogni sforzo per raggiungerla. Per ora, il nostro cammino è eccellente, ma non ci ha ancora permesso di vincere qualcosa".