Burdisso: "Il prossimo anno dobbiamo puntare al vertice. Totti a Roma è come il Papa, spero di iniziare la prossima stagione con la squadra"

16.03.2012 13:59 di Yuri Dell'Aquila   vedi letture
Burdisso: "Il prossimo anno dobbiamo puntare al vertice. Totti a Roma è come il Papa, spero di iniziare la prossima stagione con la squadra"
Vocegiallorossa.it
© foto di Federico Gaetano

Nicolas Burdisso ha parlato alla rivista ufficiale La Roma, ecco uno stralcio dell'intervista:

Non si può non partire dalle tue condizioni fisiche. Come stai?
"Bene, sempre meglio, sono contento. Si cominciano a vedere i risultati del lavoro che stiamo facendo".

Quando pensi di tornare in campo?
"Spero di essere con i miei compagni in ritiro la prossimo estate per fare la preparazione".

Per il resto, una tua opinione sulla stagione della Roma?
"Ci sono stati molti passi in avanti e alcuni indietro. Questo ci servirà d’insegnamento e ci darà la forza per il futuro".

Anche perché in futuro, parole di De Rossi e Sabatini, sarà tutta un’altra musica.
"Il prossimo anno deve essere migliore di questo, senza dubbio. Se quest’anno lottiamo per arrivare in Europa, il prossimo dobbiamo puntare al vertice. Se al termine del campionato avremo preso cinquanta gol, il prossimo dovremo prenderne quaranta. Se ne avremo segnati cinquanta, il prossimo dovremo farne sessanta. Capito? È questo il discorso".

A proposito di De Rossi, due parole sul rinnovo del contratto?
"Sono contento. È l’uomo più importante che abbiamo per il presente e il futuro. Avere De Rossi o non averlo fa differenza".

Il difensore della Roma ha rilasciato anche una lunga intervista al periodico sudamericano El Grafico, in cui racconta la sua carriera a 360 gradi:

Quanti infortuni superiori al mese hai avuto in carriera?
"Questo è il primo".

Qual è il messaggio che più ti ha stupito dopo l'infortunio?
"Ho ricevuto moltissime chiamate e messaggi. Da giocatori che hanno avuto la mia stessa sorte ad allenatori come Mourinho, Villas Boas e Antonio Conte, il tecnico della Juve, che non conoscevo di persona.  

Totti scrisse: "Per noi Burdisso è una colonna, dimostra chi sei"
"Totti è un mito a Roma, è come il Papa, la gente lo venera. In questi anni ho iniziato a conoscere meglio la persona che è e ricevere messaggi da gente come lui fa molto piacere".

Non hai reagito troppo istintivamente in quell'azione contro la Colombia?
"Sono andato contro l'avversario, ma ho sbagliato l'intervento e ricevuto il cartellino rosso. Ho cercato di intercettare il passaggio o comunque di fermare la loro giocata, così ho alzato la gamba. Non volevo far male all'avversario, sono intervenuto con la gamba molto aperta e senza difese, il ginocchio si è piegato all'indietro.

Ti sei reso conto che si era rotto?
"Sapevo che era successo qualcosa di molto brutto, perché il dolore era straziante. Piangevo per il dolore, poi negli spogliatoi mi hanno dato un calmante, e ha iniziato a fare effetto".

Hai continuato a seguire la partita?
"Durante il secondo tempo mi portarono all'ospedale, sapevo il risultato perché nell'ambulanza la radio stava trasmettendo la partita. Anche nell'ospedale infermieri e medici vestivano la maglietta della Colombia, era impossibile non sapere". 

Qual è stata la diagnosi?
"Mi sono rotto il legamento crociato, il crociato posteriore, menisco, il legamento collaterale interno e ho riscontrato la frattura del piatto tibiale. Niente male".

Qual è il momento peggiore di una lesione del genere? 
"Come mi hanno detto Heinze e Samuel, che hanno avuto problemi dello stesso genere, all'inizio tutti ti chiamano. Dopo l'operazione, ti rendi conto nelle tre settimane successive che non puoi muoverti e ti chiedi se tornerai come prima. Quello è il momento peggiore".

A che punto sei nella riabilitazione?
"Fino al 20 gennaio non potevo poggiare il piede sinistro. Dal 20 ho ricominciato a camminare. Non ce la facevo più".

Perché?
"Dovevo andare tutti i giorni da Banfiel a Núñez per la riabilitazione con Aragüas e García, i fisioterapisti ex Boca Juniors, ora nell'Argentina. Ho preso un auto col cambio automatico ma era una mezza pazzia perché se mi avesse fermato la polizia sarei dovuto scendere con le stampelle (ride, ndr). Per un periodo ho dovuto usare una sedia a rotelle, ed ho capito quanto sia frustrante non potersi muovere liberamente. Spero di iniziare la prossima stagione con la squadra".

Dopo quello chai passato con tua figlia, questo infortunio deve essere una sciocchezza, o no?
"Sono state cose molto differenti, questo non è nulla. Quando si parla di mia figlia, vengo sempre fatto passare per un eroe, ma non ho fatto nulla di diverso da quello che avrebbe fatto un altro padre: fare tutto il possibile per stare vicino a mia figlia. Se c'è qualcuno eroico, è Angelina, mia figlia".

E' guarita?
"Sono due anni che non ha nulla, dopo cinque anni di chemioterapia viene rilasciato un certificato di completa guarigione, per ora facciamo solo controlli annuali".

Quando le diagnosticarono la leucemia, ti parlarono di quello che sarebbe successo?
"Mi dissero che l'80% dei bambini con la leucemia potevano essere curati, nel restante 20% si sarebbe dovuto procedere col trapianto del midollo osseo. Per fortuna non è stato necessario".

Quale fu la tua prima reazione alla notizia?
"Ero in Italia, mentre mia moglie e mia figlia si trovavano in Argentina. Me lo disse il medico al telefono, senza raccontarlo a mia moglie, che intuiva ci fosse qualcosa di brutto. Il medico disse che si trattava di un tumore maligno. Tornai immediatamente in Argentina, pregando per tutto il tempo".

Cosa facesti negli otto mesi del trattamento?
"A volte stavamo settimane in ospedale, dieci giorni di fila di chemioterapia, a volte si doveva fermare perché lei non aveva difese e saliva la febbre. Sono stati 8 mesi intensi e sebbene ci fossero bassi, abbiamo fatto quello che dovevamo fare: essere uniti, lottare fino in fondo, fare quello che diceva il dottore e lasciare il resto a Dio, come i credenti che siamo. 

Un giudizio su Mancini?
"Con Mancini ho avuto diversi scontri, ci siamo presi varie volte, è uno duro anche a parole, lo ricordo dal primo giorno che è arrivato all’Inter. In Argentina questo non succede, in Italia invece queste cose passano. A volte diceva ai giocatori cose impensabili per me, mi ha dato la colpa per un pareggio rimediato una volta in campionato negli ultimi minuti, dove io sono stato espulso, e segnò il mio diretto marcatore e mi ha detto che con lui non avrei più giocato. Una volta io e Cambiasso abbiamo chiesto di andare ad uno stage con la nazionale di Pekerman a Madrid. Cambiasso non sapeva più cosa fare, se restare, se andarsene, se parlare o se stare zitto. Alla fine abbiamo ottenuto il permesso. Certamente a Mancini riconosco il fatto di non portare rancore contro nessuno.

Tevez penserà lo stesso?
"A Tevez è stato tirato più di un salvagente dopo le cose che ha fatto, sino ad oggi ha detto: "se chiede scusa, va tutto bene". Altri tecnici magari non lo avrebbero permesso".

Club Social y Deportivo y Biblioteca Popular Altos de Chipión.
"La curva gridava "Forza la Blanca" perché giocavamo con una maglietta bianca, è la squadra a cui tengo di più, il mio club di origine, quello che seguo ogni volta che torno a casa. E' anche l'unica squadra della città di Chipiòn, noi non abbiamo derby".

Cosa fai quando torni a Chipiòn?
"Cose normali: sto con amici e famiglia".

Hai imparato a leggere con El Grafico?
"Da mio padre ho appreso molte cose, come l'amore per lo sport. Aspettavo ansioso l'arrivo di El Grafico per leggerlo".

Per chi tifavi?
"Per l'Instituto e per il Boca, perché mio padre era del Boca e io avevo giocato nell'Instituto. Il mio idolo era Giunta, ma ricordo anche Juan Simon, difensore centrale come me, e Redondo, perché avevo iniziato a giocare nel suo ruolo".

Eri molto tifoso, da stare male in caso di sconfitta?
"Sì, anche perché nel mio paese non c'erano molte cose a cui pensare. Erano anni difficili per il Boca, perché il River Plate aveva iniziato a vincere. Vedevo tutto in Tv, come durante il compleanno di mia nonna, iniziammo a seguire una partita del Mondiale '94".

Il Boca non vinceva quando eri ragazzino, poi arrivasti tu e le cose cambiarono.
"Ebbi la fortuna di arrivare nel momento giusto. Un po' come nell'Inter".

In che ruolo giocava Enio Burdisso?
"Mio padre era un difensore centrale, proprio come me, molto simile a mio fratello. Aveva grande presenza, leader del team. Ha giocato nella mia città e lo portarono a giocare nell'Istituto, dove ha trascorso un anno con Bielsa compagno. Giocò poco o nulla, e a 23 anni andò in una squadra più piccola di Cordoba e perse il treno.

Che cosa ti ha detto tuo padre del Bielsa calciatore?
"Come ho detto, era lo stesso di oggi. Un tipo che vede o bianco o nero.

Perché tutti difensori nella tua famiglia?
"Sarà un po' la genetica, e un po' per il posto dove siamo vissuti. Da quello che so, i difensori centrali sono tipi responsabili, seri, così come i portieri hanno la reputazione di pazzi, e alcuni di essi lo sono, e gli attaccanti sono più freschi e spontanei".

Hai giocato con Guillermo a calcio?
"Abbiamo otto anni di differenza, quando ho lasciato il mio villaggio era piccolo, quindi è stato bello incontrarlo di nuovo a Roma. Ci alleniamo insieme e lo conosco come giocatore, mentre mi ha riempito come fratello. Per lui deve essere stato molto duro crescere con l'immagine del fratello che ha fatto così bene al Boca, ma ha tenuto il ritmo molto bene. Ogni fine anno, abbiamo istituito la sfida dalla sua squadra di amici contro i miei".

Calcio tra fratelli?
"E' una sfida molto simpatica in città. Quest'anno abbiamo dovuto sospenderla a causa del mio ginocchio, ma finora abbiamo fatto due edizioni: abbiamo vinto la prima e pareggiato la seconda. La differenza è enorme, perché i miei amici sono tutti in sovrappeso, loro sono giovani e corrono molto di più, ma ha vinto l'esperienza".

Sei di Cordoba, anche se non ne hai l’aria?
“Sono della provincia di Cordoba, quasi al confine con Santa Fe. A Chipion non incontri nessuno che abbia l’aria di Cordoba”.

Com’era Chipion?
“Bisognava stare attenti 24 ore al giorno, bisognava guardarsi le spalle. Mio padre non mi lasciava in pace. Ho iniziato a lavorare in un bagno a 10 anni e curavo la piscina comunale fino ai 14. Quando mio padre era il tecnico delle giovanili, mi mandava ad allenare. Nel pomeriggio distribuivo volantini per 10 pesos”.

Il tuo soprannome da bambino?
“Capoccione. Ora non si nota, perché come ho detto a mio figlio, prima cresce la testa, poi il corpo”.

Come hai preso la decisione di lasciare Chipion?
“Ho avuto sempre l’idea di provare a giocare in un club a 13 o 14 anni. Mio padre lo immaginava perché mi ha insegnato il calcio e non facevo altro che giocare a pallone. A quel tempo era di moda provare al Newell’s con Griffa, mio padre ottenne un provino e rimasi”.

Hai sofferto?
“Non fu rose e fiori. C’erano tre squadre per categoria: quelli che giocavano il campionato federale, quelli della Lega Rosarina A e B. Io iniziai come riserva della terza squadra. Grazie ai consigli di mio padre lo sopportai, sono quei momenti in cui il destino può cambiare per sempre. Fu un grande cambiamento: nella mia città eravamo 8 per aula, a Rosario 45 per classe. Mi prendevano in giro, mi dicevano che ero provinciale e non sapevo parlare”.

Perché non tornasti?
“Mio padre mi disse due, tre, cinque volte che dovevo rispettare il mio impegno e tenere duro. In una partita contro il Coronel Aguirre, la squadra di Lavezzi, l’attaccante che doveva andare in panchina andò a casa il giorno prima. C’eravamo io, che facevo il volante, e due difensori. Come siamo andati sotto 1-0, l’allenatore mi ha messo difensore centrale, e deviai in angolo una conclusione di un avversario che calciò dopo un dribbling. Dopo tre giorni giocammo di nuovo e l’allenatore mi mise titolare”.

Se l’attaccante non fosse tornato, tu saresti tornato nella tua città e avresti lavorato alla piscina comunale.
“E’ così, sono momenti cruciali. Questo primo anno al Newell’s fu una costante crescita. Pregavo molto nel pensionato, ho sempre pregato. Ho pregato per la mia famiglia e per l’incertezza in cui viveva: non si sa se in quattro anni vai a stare nella tua città lavorando o giocando in una squadra”.

Com’è finita l’esperienza al Newell’s?
“Il secondo anno giocai spesso, ma al terzo, quando speravo di giocare nel campionato federale, mi dissero che se volevo restare mi sarei dovuto trovare una sistemazione e che non potevo rimanere nel pensionato, un modo elegante di dirti che non volevano più tenerti. Capii e la presi bene. Ho imparato da bambino che quando uno ha tutto quello che vuole ha portata di mano, non ha rimproveri. Non volevo tornare al mio paese”.

E allora?
“Il giorno seguente mi avvisarono che avevo ottenuto un provino. Io ero stato a Buenos Aires solo da bambino, e quando stavamo arrivando nella capitale mi dissero che il provino era per il Boca Juniors. Mi venne da ridere. “Il Newell’s non mi vuole e mi cerca il Boca, dove gli ’81 sono campioni di categoria”. Ho fatto tre provini per tre venerdì di seguito”

Cosa ti disse tuo padre quando seppe del tuo provino al Boca?
“Mi disse che se fossi rimasto lì mi avrebbe cambiato la macchina. E non avevamo la macchina”.

Come andarono i provini?
“Il primo fu buono, il secondo pessimo e grazie a ciò che ero. Giocammo contro le riserve degli ’81 e perdemmo 6-0. Quando terminò l’allenamento, Griffa avvisò tutti che potevano andarsene, ma a me disse di restare. Il giorno dopo mi mise con le riserve degli ’81 e con una squadra andò tutto liscio. Un po’ di tempo dopo, Griffa mi disse che aveva notato il mio atteggiamento. Un altro momento cruciale del mio destino”.

Al Boca andò tutto bene?
“No. Mastrangelo era il tecnico che avevo sempre voluto, ma quando Griffa mi chiamò, mi mandò con gli ’80 che erano una grande squadra. Si infortunò uno dei centrali e stetti coi più grandi, era più difficile ma mi aiutò a crescere più in fretta, perché a quell’età un anno fa molta differenza”.

Gli attaccanti ti dicono qualcosa?
“Mai. Alcune persone mi danno del macellaio, ma in generale non rispondo”.

Così parli con i tuoi compagni.
“Parlo per stimolare i compagni o sistemare la difesa. Mi piace guidare la linea, l’ho imparato da Ayala, che lo faceva con due parole. In alcuni casi si impreca, vale tutto, ma finisce sempre lì e per me è un bene”.

Cosa è successo contro il Valencia nel 2007, quando ti rompesti il naso?
“Fu in Champions. Litigai con Joaquin perché mi tirò una pallonata. Nel ritorno, discutemmo per tutta la gara e alla fine vennero due suoi compagni a caricarmi. Mi voltai e apparve Marchena che mi spinse, lo spinsi anch’io e sarebbe finita lì, se non fosse apparso Navarro che mi frattuerò il naso. Mi hanno dato sette mesi e sei turni di Champions, in tribunale la UEFA ci trattò come ladri, fu molto brutto”.

Hai mai marcato Messi?
“Se lui si propone, e lo fa sempre, è quasi impossibile fermarlo per la rapidità con la quale corre tenendo il pallone, non lo manda avanti perché lo copre. Ha un esplosione e un controllo unico”.

Il migliore con cui hai giocato.
“Mi sarebbe piaciuto giocare di più con Samuel, per l’amicizia e perché l’ho avuto come riferimento. Con Schiavi mi sentivo come ci sentivamo al Boca; protegge, ti aiuta con la sua presenza. La presenza è una cosa che o ce l’hai o non ce l’hai”.

Il giorno calcisticamente più bello.
“Quando battemmo il River ai rigori al Monumental, nella Libertadores del 2004. Quelle 30 persone che gridavano in un assordante silenzio degli 80000 mi ricorda le partite del mio paese”.

Hai chiesto tu di battere il rigore?
“Il River segnò nel recupero, sembrava che avessimo vinto ma non fu così. Bianchi disse che fu un peccato, ma che avremmo vinto comunque. Mandò per primo Rolando. Poi avvisai che io non avevo mai calciato un rigore. Mi mise per quarto, con Ledesma e Alvarez secondo e terzo. Ci guardavamo tutti, perché non avevamo mai battuto rigori. Cangele si offrì per andare per sesto, Bianchi ridendo disse che sarebbe rimasto il quinto”.

Il tragitto per raggiungere il pallone dev’essere tremendo…
“Ti passano mille cose in testa. E’ come un duello. Tant’è che lo sforzo emotivo della sfida col River ci colpì talmente tanto che poi perdemmo con l’Once Caldas”.

Il giorno più triste della tua carriera.
“Quando siamo stati eliminati dalla Germania in Sudafrica. Fu durissimo per l’illusione che si era creata e perché perdere in questo modo, per me come difensore, fu molto umiliante. E’ stato dura anche contro l’Uruguay nell’ultima Copa America”.

Uno stadio che ti ha colpito.
“L’Azteca. In Europa si parla di questo e di quello, ma io dico sempre di andare all’Azteca. Come impatto scenografico vale due Bombonera, una sopra l’altra”.

Hai avuto momenti difficili nello spogliatoio?
“Quando ho ricevuto rimproveri dai miei colleghi. Una volta perdemmo 1-0 contro il Cerro Porteno e ho fatto un fallo stupido e criminale. Un compagno mi venne a dire “sei uno stronzo”. Ho abbassato la testa, perché aveva ragione. Se non sei forte, sono cose che ti affondano”.

Come hai vissuto la tua prima Libertadores?
“Ero ancora al pensionato. Tornai da San Paolo e i ragazzi mi aspettavano per festeggiare. Alla fine non giocai, ma entrai in diverse partite, come nella rivincita contro il River. Entrai a pochi minuti dalla fine per Palermo. Sollevando la Coppa, Bianchi mi disse: “Pensa, a 19 anni hai vinto la Libertadores”. Mi sono detto anch’io: “Hai vinto la Libertadores”. Fu il primo passo di un lungo cammino”.

La vittoria che ricordi con più piacere.
“L’Intercontinentale del 2003 contro il Milan, dopo aver vissuto il triplete del 2000 come riserva”.

Ricordi l’Intercontinentale del 2000?
“Certo. Entrai per due minuti, anche se non giocai neanche un pallone. Sono grato a Bianchi. Gli dissi che è stato un regalo per me, perché mi fece entrare come volante a destra con in panchina Marchant, Pereda che erano tutti di quel ruolo. Mi rispose che non fu un regalo, perché ci serviva altezza visto che Savio stava passeggiando su Ibarra”.

Almeno hai toccato il pallone a fine partita?
“No, pensavo solo a festeggiare. In quei mesi andavo ad allenarmi con l’Under 20 e non stavo al Boca.  Andare in Giappone fu un premio, poi sono andato in panchina e ho giocato un minuto, che mi importava toccare il pallone o no?”

I tuoi migliori amici nel calcio.
“Matellan, Coloccini, ovviamente Samuel, i Milito, parlo con loro molto spesso”.

Perché tuo fratello è stato a Roma?
“Guillermo è venuto in prestito in un anno difficile per il club. Non avevamo un presidente, la società era in vendita, tutto il contrario di adesso. Anche se non ha giocato molto è cresciuto tanto, ci siamo incontrati da adulti e la decisione di andare all’Arsenal Sarandì fu per giocare. Oggi sta mostrando quello che vale”.

I migliori centrali al mondo di oggi.
“Thiago Silva per me è il migliore. Mi piace anche Kompany, il belga del City”.

Sei rimasto sorpreso di Schiavi al Boca?
“No, perché fisicamente è una bestia, tutto muscoli ed ossa. Inoltre, non basa il suo gioco su velocità o esplosione, ma su forza e tattica”.

Qual è l’ABC del difensore centrale?
“Una cosa che non si può perdere è la concentrazione. In Italia ho imparato che fino all’ultimo secondo può succedere qualunque cosa e che in un secondo la palla può cadere alle tue spalle. Così vivono i centrali della Seleccion e delle grande squadre, giocando con 40 o 50 metri alle spalle”.

Qual è la chiave di un angolo a favore o contro?
“In uno contro, non perdere mai la marcatura. Non gioco la palla di testa finché l’altro non fa un cenno. L’attaccante va toccato, non bisogna mai smettere di toccarlo, quando lo perdi è andato. In quelli a favore, la chiave è il timing per calcolare dove cadrà la palla”.

Dove hai acquisito la versatilità per occupare diverse posizioni?
“Mio padre mi ha sempre fatto giocare col sinistro e mi ha aiutato, perché ho giocato abbastanza a sinistra. Nel mio paese giocavo al centro con quelli della mia età e due anni più grandi. Se mancava un volante a sinistra, mi mettevano volante”.

E questo è buono o no?
“Alla fine i tecnici non si mettono al tuo posto. Bianchi ci diceva che chi gioca in tutte le posizioni, di fatto non ne fa nessuna. Oggi non so se avrei giocato al centro o a sinistra, ma giocare al centro mi ha permesso di giocare il Mondiale del 2006 e con continuità nell’Inter”.

Il miglior allenatore.
“Bianchi. Per molti motivi, la principale è la psicologia che applica. Entra nella testa di ogni giocatore, come lo fa lui non lo fa nessuno. Ha un eccellente gruppo di lavoro”.

Cosa ti ha insegnato?
“Ha mostrato le debolezze dell’ambiente, sa che cose come potere, soldi e donne sono a portata di mano. Mi ha insegnato molto dentro e fuori dal campo”.

Ma una volta ti sei arrabbiato con lui.
“Perdemmo contro l’Almagro per un mio errore all’ultimo minuto. Finì la partita, andai nello spogliatoio arrabbiato e quando entrò sentii una mano che mi afferrò per la maglietta. “Vieni a salutare Nicolas, che la gente ha cantato per tutta la partita!”, mi disse. Da impulsievo e caliente lo spinsi via. Mi chiusi in bagno e mi misi a piangere, pensando che mai avrei giocato a calcio per quella reazione. Dopo mezz’ora, Bianchi venne e mi disse che in coppa gli serviva un titolare che non piangesse. Giocai contro il Cobreloa, quella sera si sistemò tutto e vincemmo 1-0 con un gol di Pinto”.

Sei un borghese o no?
“(ride) Ho avuto quel soprannome da Bianchi perché dormivo fino a mezzogiorno”.

Ti sembrava possibile battere il Milan nel 2003?
“Nel 2000 e nel 2003 Bianchi impostò due partite uguali: non perdere e, se possibile, segnare un gol. Nel 2000 ci riuscimmo, nel 2003 il Milan partì bene con l’obiettivo di spaventarci. Venne fuori la maturità della squadra, che finì la partita meglio del Milan”.

Come si risolse il problema della contemporaneità della finale della Libertadores 2001 col Mondiale Under 20?
“Ci pensarono Bianchi e Pekerman e li ringrazio per la decisione presa pensando a me e non a loro. Nessuno pensa ai giocatori. Alla fine giocai la finale all’Azteca e persi solo una gara del Mondiale”.

Sei contento della retrocessione del River?
“No, per niente. Un anno prima capitò a mio fratello che stava al Rosario e fu catastrofico. Un colpo duro per Guillermo, i ragazzi dovevano prendersi le responsabilità e una retrocessione a 20 anni non te la togli dalla testa. Poi, vorrei giocare il Superclasico”.

Come hai visto Lamela alla sua prima stagione?
“Mi ha sorpreso, prima come persona, perché è un ragazzo molto attento, che ascolta, tranquillo; e come giocatore sarà il migliore argentino dei prossimi anni”.

Sono più comuni di quanto pensiamo gli episodi come quello di Osvaldo e Lamela?
“Sì, in Italia. Una volta perdi la marcatura e va bene, la seguente è “vecchio, hai perso la marcatura per la seconda volta” e la terza è “perdiamo perché ha perso la marcatura". Questo tipo di dialogo è accettato in Italia, in Argentina stai in silenzio”.

I cinque giocatori migliori del mondo.
“Messi, Ronaldo, Iniesta, Xavi e Aguero”.

Suoni ancora la chitarra?
“Ci provo, mi piacciono le canzoni rock. La mia top five è composta da Radiohead, John Mayer, Los Piojos, Silvio Rodriguez e Charlie Garcia”.

Mourinho è tanto insopportabile come sembra?
“Tutto il contrario, per me è il tecnico più preparato e più completo per il calcio di oggi. Sa motivare, sa allenare, ha un’immagine e un carisma unici. Sul profilo mediatico ha i modi che ha con la squadra. Sia l’Inter che il Real sono squadre aggressive, qualsiasi giocatore della sua squadra ha rabbia. Quello che fa vedere Di Maria col pallone è diverso dagli altri. Ho un rapporto barbaro con Mourinho, se sono andato via dall’Inter è per sua decisione”.

Cosa ti piace di meno del calcio?
“Gli squilibri. Dei giornalisti, della gente, di noi. L’altro giorno ho visto un tecnico che giocava coi giornalisti. Quello stesso tecnico tre mesi prima era stato “ucciso” dagli stessi giornalisti”.

Hai intenzione di tornare in Argentina a fine carriera?
“Certo, ma ora penso a recuperare e vincere con la Roma. Ho tanti piani, ma non posso prendere una decisione da solo. Vorrei giocare finché posso, mi piacerebbe chiudere al Boca”.

Hai mai avuto cattive intenzioni?
“Io sono forte e ruvido. L’anno scorso contro il Cagliari mi sono buttato per prendere il pallone e ho colpito un ragazzo al ginocchio. Non l’ho visto. L’arbitro ha fischiato il rigore, mi stava per dare il giallo e quando ha guardato per terra col ragazzo tagliato (13 punti) mi ha dato il rosso”.

Hai chiesto scusa?
“Sono andato a vedere nello spogliatoio, ho chiamato ogni giorno e ogni volta che giochiamo contro gli chiedo scusa”.