Un altro (non) problema di testa

20.02.2020 17:34 di Gabriele Chiocchio Twitter:    Vedi letture
Fonte: L'editoriale di Gabriele Chiocchio
Un altro (non) problema di testa

Tra i vari loop in cui la Roma ricade più o meno sistematicamente, c’è quello del “problema di testa”: lo ha sollevato Paulo Fonseca a più riprese, l’ultima volta nel postpartita di Atalanta-Roma, una gara impostata in modo prevalentemente difensivo. Particolare non da poco, perché spesso si fa coincidere questo “problema di testa” con il rigetto di sistemi di gioco particolarmente “coraggiosi” come quello attuato normalmente dal portoghese, con la sua difesa alta e il pressing più o meno continuo che espongono chi difende a fare brutte figure, perché se se salta un anello della catena si rischiano di creare voragini invitantissimi per l’avversario di turno. Tutto vero, tutto giusto: ma perché ci si ostina a credere che un sistema più guardingo offra maggiori sicurezze a livello mentale? Il calcio - come quasi ogni cosa - richiede concentrazione in ogni sua fase e in ogni sua espressione e si può sbagliare - e pagarne le conseguenze - sia con un atteggiamento sfrontato che con uno più conservativo. Immaginate una squadra che decide di difendere bassa: chiaramente ci sarà meno spazio per l’avversario di turno, che però sarà più facilmente attratto negli ultimi metri del campo - le zone più pericolose - e sarà difficile da respingere, vista la fatica che si farà a risalire il campo e allontanare la minaccia. Tutto questo, creerà frustrazione che darà comunque il via al “problema mentale” di cui sopra. L’origine può essere un dispositivo tattico quale l’uscita dal basso, ma il discorso è lo stesso: lanciare lungo per una punta (o comunque un calciatore di alta statura) può essere producente come controproducente, perché magari quel calciatore si stancherà e i lanci saranno tutti palloni regalati (letteralmente) agli avversari. La formula universalmente perfetta non esiste, esiste quella adatta agli uomini a disposizione e al contesto, esistono le scelte degli allenatori - che sono fallibili e soggetti a crescite e cali di rendimento, come i calciatori - e le capacità di interpretazione dei giocatori. Esiste qualcosa in cui credere, accettando dei rischi che ci saranno in ogni caso. Con buona pace della testa dei calciatori.