Conti: "I giovani devono capire che ci vuole tempo per realizzare progetti"

03.07.2010 12:57 di Guido Zeviani   vedi letture
Fonte: Gazzetta dello Sport
Conti: "I giovani devono capire che ci vuole tempo per realizzare progetti"
Vocegiallorossa.it
© foto di Pietro Bertea

Bruno Conti, campione del mondo del 1982 con la nazionale italiana, campione d'Italia con la Roma del campionato 82'-83', ora direttore tecnico, è stato intervistato dalla Gazzetta dello Sport:

 

Conti, Buffon ha detto che la Nazionale farà fatica anche a qualificarsi per l’Europeo. Ecco, per questo occorre pensare alla tecnica di base.«Sono d’accordo. Ai miei istruttori chiedo per prima cosa di curare i fondamentali. La Spagna è un esempio: possesso palla e piedi buoni. Io mi diverto a vedere loro e la Germania. Da noi c’è troppa voglia di vincere. C’è un tatticismo esasperato fin dai settori giovanili, non c’è pazienza di aspettare».


Si parla tanto di Italia malata di troppi stranieri. Noi proponiamo di rovesciare il problema, e che l’Italia diventi un fattore di integrazione sociale.
«Concordo con Prandelli: giusto aprire anche a coloro che hanno doppio passaporto. Sì a Camoranesi, ma se servono anche ai Taddei, ai Thiago Motta. E poi braccia aperte a Balotelli come hanno fatto in Germania con Ozil. Il futuro è per gente così, a prescindere dalle origini. A livello di settore giovanile federale, poi, i grandi campioni possono portare la loro esperienza. Penso a quanto sta facendo già Antognoni. Meno parole dentro gli uffici e più esempi pratici da gente che al calcio ha dato tanto».


È un lavoro però che i club dovrebbero già iniziare. «Vede, lavoro nel settore giovanile della Roma dal 1993 e tutti sanno che siamo un modello a livello europeo ed abbiamo tirato fuori talenti come De Rossi, Aquilani, Pepe e D’Agostino. Però occorre anche una tutela a livello internazionale per non perdere ragazzi allevati e poi magari in fuga perché allettati all’estero da guadagni facili. Ne ho parlato anche con Platini, ma occorre un vero coordinamento europeo per impedire spoliazioni».


È una questione anche culturale: famiglie e tifosi adesso non aspettano.
«Purtroppo è vero. Spesso abbiamo problemi con genitori che a 16 anni credono di avere già un figlio fenomeno, perché mal consigliati da alcuni procuratori. I ragazzi, poi, pensano subito ai guadagni facili, agli sponsor e non vogliono più sacrificarsi, magari pensando di andare a maturare in serie C. Sapesse quanti talenti ho visto andare perduti proprio per mancanza di umiltà. Ci sono ragazzi che, uscendo dalla Primavera, sono convinta di poter giocare subito in serie A. E i tempi sono cambiati anche per i tifosi, bisognerebbe educare anche loro. Tutti vogliono vincere subito, non comprendendo che un progetto ha bisogno di tempo. L’Inter è una squadra italiana e tutti abbiamo fatto il tifo per lei in Europa, però in prospettiva non è bello vedere solo stranieri in campo. Per questo poi succede che al Mondiale hai in panchina gente come Maggio e Pazzini e magari non li schieri perché sei preoccupato per la loro inesperienza».

Retroscena: perché nel 2003 disse no alla Federcalcio? «Perché non mi avrebbero fatto lavorare come volevo. Intendevo mettere alcuni allenatori e osservatori nei posti giusti per far crescere il settore giovanile azzurro. Quando capii che non era possibile, ringraziai e declinai l’offerta». Ci abbiamo perso tutti.

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