Real Madrid, Mourinho: "Sono stato esonerato a Budapest. A Trigoria c'è solo la coppa della Conference League"

Real Madrid, Mourinho: "Sono stato esonerato a Budapest. A Trigoria c'è solo la coppa della Conference League"Vocegiallorossa.it
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Oggi alle 12:04Interviste
di Luca d'Alessandro
José Mourinho, allenatore del Real Madrid ha parlato del rapporto speciale coi tifosi della Roma: "

José Mourinho, allenatore del Real Madrid prossimo avversario della Roma in Champions League, ed ex allenatore giallorosso, ha rilasciato questa intervista al Corriere dello Sport: 

L’uscita dalla Roma ti ha fatto male al cuore.
«Certo. Non esiste una mia parola contro la Roma. Non esiste una mia parola contro la proprietà. Non esiste. Ho fatto un commento negativo per il quale mi sono scusato con Tiago Pinto.Ne esco pulito. Qualche volta può sembrare di no, ma nei rapporti umani, all’interno del club, sono una persona molto educata. Ne esco bene, sempre con la sensazione che sarà per sempre casa mia, anche se non lo è più. Tornare a Madrid, come dici tu, significa anche tornare a casa. Sono stato qui tre anni che sicuramente hanno il valore di trent’anni, perché è stato un periodo molto, molto particolare. Sono tornato a casa per questo legame emotivo che ho avuto con il club».

Riesci a spiegarti questo rapporto con Roma? Ci sono romanisti che ti accoglieranno in un modo impressionante. Raramente si è visto un rapporto del genere. È vero, hai vinto la coppa, sei arrivato in finale e conta quello che è successo in quei due anni. Poi c’è stata la rottura, ma ancora oggi c’è un rapporto viscerale. Forse ricordavo qualcosa di simile con Liedholm, ma un legame così forte non l’ho mai sentito. Da settimane ci sono persone che mi chiedono: “Voglio incontrarlo, mi aiuti a vederlo per una foto?”. Che cosa c’è stato di speciale tra te e la Roma?
«Sono stati speciali loro con me. Lo dico sempre: il giorno in cui sono arrivato, non ricordo in quale aeroporto [nome non chiaro nella trascrizione], sono sceso dall’aereo e c’erano mille persone. Ho pensato: “Non ho fatto niente, sono appena arrivato. Non ho giocato una sola partita, non ho conquistato un solo punto per questa gente”. Quella cosa ha avuto un impatto su di me, perché pensavo di non meritarmela. Però questa è Roma. Dopo capisci che questa è Roma. Penso che a creare il legame sia stato il fatto che loro abbiano capito che non mi sono mai preoccupato di me stesso, della mia immagine o dei miei rapporti, né con la proprietà né con la politica del calcio italiano, e neanche con voi della stampa. Tu sai che è vero: probabilmente sei uno dei due o tre giornalisti con cui ho un rapporto. Sono stato in Italia quattro anni e mezzo. Loro hanno capito che per me esistevano soltanto la Roma e i romanisti. Ho lottato per loro, ho dato tutto. È vero, abbiamo vinto una competizione che per un club abituato a vincere tanto avrebbe forse avuto un significato inferiore. Per una squadra, per un club che non vince tanto, ha invece un significato grandissimo. Un giorno un procuratore amico mio è andato a Trigoria e mi ha mandato una foto dell’ingresso. C’è sempre quella coppa, c’è solo quella. È la coppa che caratterizza l’ingresso del centro di allenamento. Questo legame nasce anche dal loro amore per il club, una cosa che non può non toccarti. Loro hanno capito che ho dato tutto. Ho commesso degli errori, ho sbagliato, ho perso partite, ma hanno sempre capito che ho lottato per loro. La finale di Budapest è il punto massimo di questa connessione. Finisce la finale, andiamo in vacanza e, quando torno, torno già morto. Torno morto per la UEFA, che mi ha fatto pagare per una cosa di cui non ero responsabile. Quello che è successo in aeroporto non è una mia responsabilità. La mia responsabilità sono gli insulti all’arbitro nel garage, e per questo devi pagare. Non devi pagare per quello che è successo in aeroporto, perché non è colpa mia. Io ho pagato anche per questo. Ho pagato per il rapporto con la proprietà, che aveva un profilo e un approccio diversi dai miei rispetto a quello che era successo in finale. Sono tornato già morto. Qualche mese dopo ero già fuori».

Il funerale c’è stato a gennaio, se non sbaglio. A Roma ormai sei secondo soltanto a Totti come idolo. Francesco ha compiuto cinquant’anni, ma ancora non si capisce perché non sia dentro il club.
«Francesco non si tocca. Non mi sento per niente vicino a lui, né mi sento il secondo nel cuore della gente. La Roma ha una storia bellissima, anche se con pochi momenti di gloria. Ha avuto giocatori assolutamente storici. Me ne viene subito in mente uno: Bruno Conti, perché lo amo. Io sono stato soltanto una persona che è stata lì, ha dato tutto e la gente lo ha capito. Come ti dicevo prima, la finale di Budapest, più di quella vinta, definisce chiaramente il sentimento che loro hanno nei miei confronti».

Anche Bruno è fuori. In Europa, per esempio, il rapporto con figure come Bruno Conti, con i grandi miti delle squadre, a Madrid viene coltivato maggiormente. Se sei una leggenda di un club, resti nel club. Penso a Di Stéfano, a Butragueño e ad altri, naturalmente.
«Non sempre. Penso che il Real Madrid si distingua anche per la sua classe. È un club di classe. Lo vedi quando guardi il presidente, la dirigenza, gli ambasciatori. È un club di grande classe, che coltiva davvero il massimo rispetto per le persone che lo meritano. Ovviamente ci sono situazioni che a volte possono sembrare contraddittorie, ma è impossibile che un club apra le porte a tutte le vecchie glorie. È difficile. Ci sono club in cui non è sempre così. Capisco anche la difficoltà dei grandi club, con tanta gloria e tante persone importanti: non c’è spazio per tutti».

Che accoglienza ti aspetti all’Olimpico? Che cosa ci sarà scritto sugli striscioni, secondo te?
«Non mi aspetto striscioni».

Non ti aspetti niente? Sei sicuro? La curva si sta preparando.
«Non mi aspetto niente. Mi aspetto rispetto. Non ho ancora cominciato a prepararmi per quella partita, né dal punto di vista dell’allenatore che deve affrontare una gara importante, né da quello dell’ex che torna a casa. Non ci ho ancora pensato. Mi devo difendere e difendermi significa prepararmi nel miglior modo possibile per fare bene il mio lavoro».

Emotivamente?
«Per fare bene il mio lavoro devo concentrarmi su questo e cercare di dimenticare dove sono e contro chi gioco. Con la Roma non mi è mai successo, ma l’ho fatto con l’Inter pochi mesi fa e quando sono tornato al Chelsea. Mi è già successo tante volte, però devo dire che Roma è diversa. Per la prima volta dovrò percorrere quella strada che porta allo stadio, quando entri nella zona dei campi da tennis, quella cosa bellissima. Devo prepararmi, perché sarà la prima volta che andrò lì senza avere dalla mia parte quella passione bellissima e incredibile dei tifosi della Roma. Devo preparare anche i miei giocatori, perché è un modo diverso di vivere una partita. Ovviamente sono calciatori di altissimo livello, abituati a giocare finali e semifinali dei Mondiali, finali di Champions. Però voglio prepararli a questa bellezza antagonista. Anche da avversario, giocare lì è di una bellezza estrema».

So, e tu non lo diresti mai, che per tanti giorni, da quel momento in avanti, non hai sentito i Friedkin.
«Come ti dico, non ho mai discusso pubblicamente di questa situazione. Se adesso, tornando a Roma, dovessi incontrarli in corridoio prima o dopo la partita, li saluterei senza alcun problema. Senza farlo, ti ho detto che, nella mia storia con la Roma, sono stato esonerato il giorno della finale. Il giorno della finale di Budapest è stato il giorno in cui sono stato esonerato. Poi rimangono i ricordi e la storia che hai vissuto, che non dimentichi. Ma non è una cosa che mi tormenta».

Tornando a Roma: devi prepararti emotivamente?
«Mi devo preparare, sì. Per me tornare a Roma significa arrivare allo stadio, anche se partiremo da un albergo e non dal centro di allenamento. Non so in quale albergo staremo, ma arrivare allo stadio, percorrere il tunnel dell’Olimpico, raggiungere la panchina… Non posso mentire e dire che sia come entrare in un altro stadio. Non è la stessa cosa».

Quando hai saputo che saresti venuto al Real Madrid? Quando hai cominciato a pensare che saresti tornato?
«Di solito prima c’è il contatto e poi iniziano le voci sulla base di quel contatto. Qualcuno parla, da una parte o dall’altra, e le voci iniziano quando esiste già qualcosa. Qui è successo esattamente l’opposto: le voci sono iniziate quando non c’era stato alcun contatto. Io ero al Benfica, felice. È un club speciale per me. Stavo a dieci minuti da casa, cosa che non succedeva da vent’anni. Era un club che aveva bisogno di fare un salto e pensavo di rimanere lì, con il mio contratto di tre anni. Poi sono iniziate le voci».

Ti hanno sorpreso?
«Sì, mi hanno sorpreso. Ho pensato: “Sono solo voci”. Il Real Madrid aveva cambiato allenatore a metà stagione, poi era arrivato Arbeloa. Le cose e i risultati non erano eccezionali. Sono iniziate le voci, ma nessuno aveva parlato con me. Il mio rapporto con il Real Madrid dura da tredici anni: dal momento in cui sono andato via siamo sempre rimasti in contatto, siamo amici, legati. Non c’era niente da nascondere».

Che cosa pensi di quello che sta accadendo al Manchester City? Hai voglia di parlarne o preferisci di no?
«Preferisco riderci un po’ su. Penso che arriveremo a una conclusione, ma noi due, che siamo sulla sessantina, dovremo avere la fortuna di essere ancora qui quando arriverà il verdetto finale. Adesso arriverà una sentenza, poi un ricorso… Io avrò ottant’anni».

Hai ancora la stessa passione di quando hai iniziato?
«Sì».

Hai sempre amato gli arbitri, anche allora?
«Sempre». È proprio un amore viscerale, il tuo, per gli arbitri. Non penso che il problema sia io. Penso che sia la sfortuna legata al momento in cui arrivo in un determinato club. Qui, al Real Madrid, ho vissuto gli anni importanti del caso Negreira. Nessuno lo sapeva, ma noi li abbiamo vissuti e subiti. Adesso si sa. Poi in Turchia c’è stato il grande scandalo. Mi è capitato spesso di vivere questo tipo di situazioni».