Scacco Matto - Roma-Sampdoria 3-2, manifesto romanista in due partite

 di Gabriele Chiocchio Twitter:   articolo letto 8185 volte
Fonte: Redazione Vocegiallorossa - Gabriele Chiocchio
Scacco Matto - Roma-Sampdoria 3-2, manifesto romanista in due partite

All'Olimpico succede di tutto: tra Roma e Sampdoria hanno la meglio i giallorossi, grazie a un rigore trasformato nel finale da Totti.

LE SCELTE - Come nel match contro il Cagliari, Luciano Spalletti rinuncia a Edin Džeko: davanti il tridente è composto da Mohamed Salah, Diego Perotti e Stephan El Shaarawy. A centrocampo, complice anche la squalifica europea, Daniele De Rossi vince il ballottaggio con Leandro Paredes insieme a Radja Nainggolan e Kevin Strootman, mentre davanti a Wojciech Szczęsny, con l’infortunio di Thomas Vermaelen, la difesa è di fatto obbligata, con Juan Jesus al fianco di Kostas Manōlas e Alessandro Florenzi e Bruno Peres terzini. Marco Giampaolo conferma invece il 4-3-1-2: alle spalle di Quagliarella e Muriel agisce Álvarez.

PRIMA DELLA PIOGGIA - È una Samp che sa quello che deve fare quella che si presenta all’Olimpico: lo si vede già dalle prime battute, quando i blucerchiati vanno a pressare sui calci di rinvio di Szczęsny, in difficoltà esattamente come due settimane fa a Cagliari. Una verticalizzazione di De Rossi per El Shaarawy produce l’azione che manda in gol Mohamed Salah, bravo ad approfittare del cross di Perotti, ma da quel momento in poi la Roma non manovra quasi più e si affida quasi esclusivamente ai lanci lunghi, per l’egiziano o per il Faraone, mentre Perotti si sposta a sinistra e comunque alle spalle dei suoi compagni. Le difficoltà giallorosse sono essenzialmente mentali: tra le tante cose, lo dimostra un errore di intesa tra Manōlas e Szczęsny che si ostacolano a vicenda. Prima ancora della metà della frazione, gli ospiti pareggiano: è bravo Muriel a coordinarsi su un lancio dalle retrovie, ma Manōlas lo tiene in gioco e Bruno Peres se lo perde. Più passano i minuti e più la Roma esce dalla partita: dopo il pari i giallorossi rischiano immediatamente il tracollo ancora con Muriel che passa sempre dal lato di Bruno Peres, con Florenzi insipegabilmente in quel momento in posizione di centravanti. La Samp tiene il comando delle operazioni, la Roma non riesce a sfruttare nemmeno le transizioni e paga ancora una volta una serie di distrazioni: su un calcio d’angolo, Szczęsny accenna e rifiuta l’uscita, Jesus si perde Quagliarella e lo stabiese fa centro. Sull’Olimpico si abbatte un temporale misto a grandine e il gioco si ferma per più di un’ora, resettando di fatto le dinamiche della gara, risultato ovviamente escluso.

DOPO LA PIOGGIA - I 75 minuti di sospensione, di fatto, generano una nuova partita, che la Roma deve vincere in 45 minuti partendo dallo svantaggio di un gol (o, volendo, che la Samp deve vincere difendendo un vantaggio di un gol per 45 minuti). I cambi, non solo quelli giallorossi, saranno molto importanti: Spalletti getta nella mischia l’artiglieria pesante, richiamando Perotti ed El Shaarawy e mandando in campo Totti e Džeko. Il piano è chiaro: potenza del bosniaco, velocità di Salah e un combustibile pronto all’uso come quello generato dal capitano. Giampaolo, invece lascia Pavlović nello spogliatoio e mette in campo Dodô. L’idea del tecnico della Sampdoria non è chiara, forse vuole più qualità nella spinta ma ottiene solamente un mismatch sfavorevole con Salah che è sempre libero e in posizione di sparo sulla fascia destra. L’intensità, la forza con cui rientrano in campo i giallorossi sono è sbalorditive, in pochi minuti Viviano deve fronteggiare diverse occasioni da gol, le più delle quali generate dalla classica palla di Totti a memoria per l’attaccante, in questo caso Džeko e il pareggio arriva in un tempo relativamente breve: servono sedici minuti al bosniaco per superare il portiere e appoggiare con classe in rete il pallone del 2-2. Il sistema di gioco ibrido messo in campo da Spalletti sembra funzionare: Totti agisce un po’ dove vuole, Džeko fa da riferimento centrale, Salah come detto minaccia sul lato la difesa doriana, combinando bene con Florenzi, con Bruno Peres a dare ampiezza dall’altra parte. È l’esaltazione del principio base della squadra di Spalletti, secondo cui se ha la palla può fare qualcosa, senza tende a subire la partita. E la partita non la subisce, perché, anche grazie ai vari Strootman, De Rossi e Manōlas, la Sampdoria non riesce più a tenere la sfera: l’antidoto di Giampaolo si chiama Ante Budimir, che entra subito dopo il gol subìto per cercare, con la sua fisicità, di alzare la squadra. In realtà, però, la Roma comincia a ritirarsi quando manca circa un quarto d’ora, solamente per causa propria, un po’ come era già accaduto nel primo tempo, sia per sfiducia, sia per stanchezza. Giampaolo chiude il buco da lui generato, o almeno questa è la sua intenzione, inserendo Milan Škriniar per Dodô, mentre Spalletti prova con la pietrafocaia chiamata Juan Manuel Iturbe a riaccendere la fiamma, dando un forte messaggio richiamando Nainggolan e passando al 4-2-3-1. In realtà di benzina non ce n’è più, ma l’ultima scintilla è quella decisiva: altro lancio di Totti per Džeko, proprio Škriniar commette fallo in area, il Capitano realizza il rigore e la gara finisce nel modo più incredibile.

LA CHIAVE - Trovare la chiave positiva della gara è estremamente semplice: la lunga sospensione ha permesso alla Roma di riordinare le idee, a Spalletti di infondere fiducia ai suoi e di operare sostituzioni alla fine rivelatesi decisive. In un contesto così caotico è però più costruttivo, probabilmente, puntare l’occhio di bue su due fattori negativi apparsi lampanti anche in una partita di questo tipo. Il primo è ovviamente il fattore psicologico: la Roma, oggi, è una squadra che, Italia o Europa che sia, fatica a mantenere normalità nel gioco e nelle difficoltà, soffre di improvvisi (ma neanche  tanto) black out e lascia sempre una porta aperta all’avversario. Il secondo, forse più importante, è che per come è stata concepita la squadra, essa può andare a una sola andatura: il galoppo. Nonappena la lancetta del tachimetro torna indietro, emergono una serie di incertezze che fanno sì che la Roma sia perennemente obbligata a tenere in mano le operazioni. E questo, specie in una stagione lunga 38 partite più le coppe, non è certo un compito facile.