Batistoni: "Sogno ancora i derby contro Chinaglia"

13.01.2018 10:13 di Marco Rossi Mercanti Twitter:   articolo letto 3309 volte
Fonte: Il Romanista - Izzi
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Batistoni: "Sogno ancora i derby contro Chinaglia"

Alberto Batistoni, ex giallorosso dal 1973 al 1976, ha parlato a Il Romanista. Ecco uno stralcio delle sue parole:

Lasciato Chiappella, hai incontrato "il Messia del Calcio", Nils Liedholm. È stato lui il primo ad apprezzare le tue doti e devo dire che questo cancella ogni eventuale sottovalutazione del passato.
«Liedholm mi vide personalmente alle finali della Coppa De Martino e mi richiese per il Verona che allenava in quella stagione. Venni chiamato per disputare un'amichevole con la Dinamo Kiev: Pandolfini mi accordò il permesso di andare a giocare questa amichevole, ma mi fece accompagnare da Piero Lenzi e da una lettera, indirizzata a Liedholm, nella quale suggeriva al Barone di valutarlo per il ruolo di stopper. Liedholm la lesse davanti a me, ma fu irremovibile e mi fece giocare. Poi nel secondo tempo fece entrare anche Lenzi, ma io rimasi in campo per tutti i 90 minuti. Nella ripresa il Barone mi fece cambiare attaccante, mi vennero affidate le cure di una punta piccola e veloce. Sono stato fortunato perché sono piaciuto e lì è iniziata veramente la mia carriera».

Qual è, al di là della riconoscenza sportiva, il tuo ricordo di Liedholm?
«Era uno che sapeva essere molto gentile, ma all'occorrenza anche molto duro. E lo era anche in campo. Nelle partitelle infrasettimanali giocava sempre assieme a noi: una volta mi è venuto sotto e purtroppo gli ho dato un calcio nella tibia e gli ho aperto un taglio. Ha fatto un urlo. Poi si è tirato su e ha detto: "Va bene", e ha continuato a giocare. Era un grande insegnante soprattutto di tecnica: con lui se ne faceva molta. Era convinto fosse la cosa più importante, perché se sei preparato tecnicamente puoi affrontare qualsiasi situazione. E quell'anno venimmo in Serie A. Devo dire che allora era anche un grande amante dei ritiri, gli piaceva che la squadra stesse insieme e anche a Roma eravamo sempre a Grottaferrata in ritiro».

Dopo un brutto infortunio al menisco, ti sei rimesso e sei arrivato a Roma. Come andarono le cose?
«Fu un brutto infortunio: anche i luminari del settore non ci capirono molto e nell'ultimo anno a Verona giocai veramente poco. Ebbi però la fortuna di fare una partita contro il Cagliari marcando Gigi Riva e feci un figurone. Allenatore del Cagliari era Manlio Scopigno che si sarebbe trasferito alla Roma. Quella mia prestazione evidentemente gli rimase impressa e chiese il mio acquisto».

È vero che quando ti dissero che dovevi andare a Roma eri convinto di essere stato acquistato dalla Lazio?
«(sorride) Ti spiego. Io dormivo con mia moglie al piano superiore di una palazzina. Sotto c'era mia suocera. Una mattina venne a bussare a casa e mi disse: "Alberto, ti hanno venduto e vai a Roma. Indovina dove". Io mi ricordai di una dichiarazione di Maestrelli che aveva avuto belle parole per me e dissi: "Lazio". "No – mi disse mia suocera – hai sbagliato è la Roma". Ed è andata benissimo, perché a Roma mi sono trovato benissimo. Andai a vivere a Via della Camilluccia, un bell'ambiente, una bella casa. Poi sono un tipo abbastanza tranquillo ed è stato facile inserirsi».

Esonerato Scopigno, arrivò Liedholm, ma fu un anno un po' sofferto, eppure i giocatori c'erano, eccome.
«C'era Cordova che aveva una tecnica veramente… Poi l'anno del terzo posto riuscimmo anche a trovare un equilibrio. Anche perché c'era questo signore qui (indica Prati), che faceva gol. E quell'anno, con il Torino, perdemmo due volte con i granata prendendo 4 pali. Bastava vincere una di quelle partite e avremmo lottato per il titolo. Ne sono convinto. Avevamo una bella difesa. Poi c'era De Sisti che era il catalizzatore in mezzo al campo, sapeva fare la fase difensiva e impostare. Io avevo un grande rapporto anche con i giovani, Rocca e Di Bartolomei. Di Rocca mi è rimasta impressa la velocità. Arrivato sul fondo non crossava, rientrava sempre e poi crossava. Un po' era un suo modo di fare, ma soprattutto il motivo era che nessuno riusciva a stargli dietro. Una volta con Muraro, Francesco buttò la palla da un lato e la riprese dall'altro… e Muraro era un velocista. Una cosa impressionante. Un giocatore come lui non esisteva».

E Agostino?
«Era un ragazzino allora, mi voleva bene. Aveva uno sponsor tecnico che gli dava le scarpe e lui le regalava a me. Pensa che rapporto che c'era...».

Le partite che sogni ancora oggi?
«I derby contro Chinaglia e una partita contro l'Inter in cui mi misi anche ad impostare, cosa che facevo raramente».

Il più grande contro cui hai giocato?
«Difficile… Diciamo che Riva è stato immenso e mi piaceva per il suo modo di prendere le botte, e anche darle, senza mai una polemica. Era correttissimo. Poi ricordo Pelè… Un Fiorentina-Santos in cui venne marcato da Guarnacci e fece delle cose indescrivibili. Lui credo sia stato il più grande di tutti i tempi. Poi ricordo anche Bobby Charlton e Gerd Müller… Una volta feci una scommessa con Gianni Bui: giocammo contro il Bayern, e lui mi disse che se non avesse segnato mi avrebbe regalato un televisore. Il Bayern vinse, ma Müller non segnò e vinsi questo televisore».