L'ex mental coach di Perotti: "Di Francesco non è un allenatore top"

16.10.2018 13:08 di  Marco Rossi Mercanti  Twitter:    vedi letture
L'ex mental coach di Perotti: "Di Francesco non è un allenatore top"
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© foto di Federico Gaetano

Daniele Popolizio, ex mental coach di Perotti, è intervenuto a Rete Sport:

Vorrei partire da cosa è successo all’inizio della stagione. Dal ritiro alla vittoria di Torino, con poi la cessione di Strootman. Da lì un momento complicato dal quale si è ripresa con fatica. Secondo lei la partenza dell’olandese può aver avuto ripercussioni sui giocatori?
"Sì, certo. È un aspetto di cui si è dibattuto molto. Fino alla scorsa estate, assistendo Perotti, ho frequentato Trigoria abitualmente. Da un punto di vista mentale le grandi squadre si vedono in due occasioni tipiche nello sport, da come affrontano i big match e da come affrontano le partite di routine, nelle quali si è più forti e si deve vincere. Negli sport di squadra può accadere che la singola squadretta ti metta in difficoltà. Strootman è sempre stato un esempio dal punto di vista del training, professionista nell’allenamento, un atleta di alto livello che dava un esempio di applicazione e puntualità, diametralmente opposto per esempio a Nainggolan. In campo poi dava un contributo soprattutto di personalità. La sua cessione ha avuto più un valore psicologico quindi che effettivo, reale".

E da tutto questo come si ritrova una squadra così velocemente?
"La perdita di Strootman si collega però alla parola alibi: è sempre pericoloso legarsi psicologicamente ad un calciatore, rischi di perdere di vista la realtà, quanto effettivamente ti dà e quanto ipoteticamente ti dà. In questo senso la Juventus è maestra: nella loro storia si sono privati di giocatori fondamentali dimostrando che non lo erano in fondo. Poi Di Francesco è un allenatore bravo, ma non è un top coach, questo è sotto gli occhi di tutti. Ha degli squilli di tromba, è il classico allenatore secondo me che potrebbe fare quel salto definitivo come coach, ma poi si inseriscono tante dinamiche. Il difetto che ha dimostrato in questi anni di carriera è quello che all’improvviso gli sfuggono due o tre partite. È successo col Sassuolo e con la Roma. In una grande squadra non te lo puoi permettere. Poi c’è l’aspetto del gruppo: la squadra quando vede cedere alcuni valori simbolici automaticamente stacca la spina, ad inizio stagione hanno tirato i remi in barca, identificando queste cessioni come una mancanza di obiettivi da parte della società.  In quel momento Di Francesco è stato un po’ bravo e un po’ aiutato da alcune partite più abbordabili, nelle quali ha saputo muovere le pedine con la famosa frase da adesso non guardo più in faccia nessuno, un chiaro messaggio ai veterani. Questo è un problema storico di Roma. Sappiamo tutti benissimo che sono copioni che si ripetono tutti gli anni: se la vedi o non la vedi sai come va la Roma. Mi diceva un calciatore che ho seguito per anni, Burdisso, che Roma è la migliore piazza dove arrivare secondi, perché ti trattano come un re se arrivi secondo, in altre piazze del nord invece hai perso".

Lo scorso anno la Roma torna in semifinale di Champions League. Questo fattore è stato sfruttato al massimo dal punto di vista psicologico?
"Nella mia esperienza professionale vi dico che se vincere è difficile, continuare a vincere lo è ancora di più. Non condivido che vincere sia un’abitudine, ogni volta c’è un ingrediente differente nelle vittorie. La Roma nello scorso anno ha fatto qualcosa di incredibile che rientra però nelle corde di Di Francesco: sulla singola partita può trovarti la giocata, sulla continuità deve migliorare. Anche a livello di empatia, sono molto forti quegli allenatori che chi in un modo e chi in un altro conquistano i proprio giocatori, mentre lui resta un po’ distante, non ha quella presa totale. Però no, non hanno incanalato nella maniera corretta quel fattore. Si può ripetere, ma questa squadra non esce dal copione di fondo, che è al di là degli obiettivi della società, al di là del contesto della piazza. Quando nel tuo bunker riesci a creare qualcosa di solido e di continuo non hai quelle cadute, devi trovare l’avversario che ti batte. La Roma ha una caratteristica diversa, si batte".

Rispetto ai provvedimenti che assumono allenatori e società, come la tribuna dimostrativa o l’impiego di giocatori a sorpresa, questo tipo di atteggiamenti sono costruttivi?
"Non condivido certe dichiarazioni, come quella di Di Francesco che ricordava come un po’ di tribuna potesse far bene ogni tanto. Dai grandissimi allenatori non ricordo frasi del genere, queste sono le famose cose nelle quali la direzione tecnica della Roma dovrebbe crescere. Lo puoi fare, ma non serve dirlo. Quando un allenatore va troppo a riaffermarsi, sembra che ci sia il bisogno di respingere voci e percezioni che hai. È la vera leadership quella che arriva ai calciatori, si rende al meglio quando si incastrano leadership dei calciatori e del tecnico. Gli allenatori di calcio tendono ancora a vivere con gelosia il proprio ruolo, anche verso gli atleti. Se ne vedono uno che fa troppo da sé lo mettono in panchina. Se qualcuno ce la fa da solo, vedi Totti con Spalletti, il rischio è di sentirsi destituiti".

Lei conosce molto bene Diego Perotti, che ora vive un momento di difficoltà anche a livello fisico. In alcuni ambienti ha già patito la sua fragilità. Certi infortuni possono essere riconducibili al non sentirsi più al centro del progetto Roma? Manca la fiducia di sé?
"Come da prassi, con Diego ci siamo salutati alla fine della scorsa stagione, non bisogna creare dipendenza e l’atleta voleva proseguire per un po’ da solo. Il dubbio da fuori mi è venuto, sono situazioni tipiche che si vedono nello sport. Quando cambia un po’ il vento intorno a un atleta aumentano statisticamente gli infortuni di tipo non traumatico. La possibilità c’è, Diego ha perso un Mondiale per infortunio, sicuramente immagino che un po’ di delusione su questo possa essere somatizzata. Se una società è top, bisogna fare bene la scelta sul proseguire con un atleta che ancora può darti qualcosa o sul cambiare, perché se si sbaglia poi nella psiche del professionista è difficile riuscire a trovare il modo di dare il meglio per quella società. Non parlo coscientemente, ma a livello inconscio può succedere".

Si parlava di allenare la mentalità delle società. A noi ha colpito l’arrivo di Ronaldo alla Juventus. Arriva un dio del calcio e lo si presenta in modo sobrio. Segnale agli altri giocatori che al centro c’è la società a prescindere da chi arriva? Dipende dal contesto?
"È una domanda controversa. La strategia dipende dal momento storico che attraversi come società. In un momento di dominio sportivo in Italia ma non in Europa come quello che attraversa la Juventus, non era così inimmaginabile, è stata una mossa anche politica ed economica del club. Se l’acquisto lo avesse fatto la Roma, lo si sarebbe dovuto sbandierare ai quattro venti, anche per aumentare l’entusiasmo degli altri giocatori. A Torino si è sempre vinto con la programmazione, in una città come Roma si vince più con l’entusiasmo. E le grandi imprese i giallorossi le hanno sempre fatto con l’entusiasmo. Alla programmazione si arriva passando attraverso lo step dell’entusiasmo. L’esempio è la squadra di Capello, lui può stare antipatico ma nonostante la forza di quel gruppo un altro tecnico non avrebbe vinto. Nei momenti di difficoltà ha tenuto la rotta, cosa che non è riuscita poi a Spalletti. Tecnico che la posizione l’ha raggiunta, certo, ma in che modo? Scontentando una piazza, attaccando pubblicamente una bandiera quando sarebbe bastata moderazione, fallendo tutte le gare principali. Di Francesco ora forse è più inesperto, ma ha maggior potenziale rispetto a Spalletti".